venerdì 10 dicembre 2010

Aggiungi un fiore a tavola

A me il Natale piace. Però mi piace anche Polly quando dice che il Natale è troppo trash. Perché abbiamo ragione entrambe. Forse è proprio il trash del Natale che mi piace, quel potersi permettere di cedere ai ricordi, ai decori eccentrici, alle smancerie, ai regali, ai baci sotto al vischio. Il bacio sotto al vischio è decisamente stucchevole.

Per Natale magari potrei pure chiamarmi Mamma Buona e decidere di passare una giornata a preparare biscotti, quelli che mia nonna faceva tutto l'anno, meno che d'estate quando la frolla si sarebbe squagliata tra le mani.

Chiudo gli occhi e vedo il suo barattolo pieno di quel sapore di burro e uova fresche in cui tutti noi nipoti a turno andavamo a pescare. Quando se ne è andata ho chiesto di poter avere il suo barattolo e anche gli stampini e ogni volta che li preparo lei è con me, altro che cimiteri.

La ricetta la conservo in un quaderno che mia madre ha regalato a tutte le femmine di casa (poi ditemi che non mi devo incaz…) dove ha copiato, fotocopiato i segreti di famiglia, un misto di cucina romana e triestina.

Impastare senza lavorare troppo 400 g di farina, 300 g di burro, 150 g di zucchero a velo, 4 rossi d'uovo, la buccia raschiata di 2 limoni.
Lasciare riposare 1/2 ora.
Stendere la pasta all'altezza di mezzo cm e creare i biscotti con le formine. Dorare i biscotti spennellando un rosso d'uovo e qualche goccia di zucchero bruciato. Infornare a forno piuttosto caldo.


Ora sono partita da mia nonna per raccontare la storia di un'amicizia, nata casualmente nella rete, quando Marilde intuisce che la condivisione di sentimenti tra due persone affini poteva solo che generare intesa.

La solitudine delle madri è terreno fertile e se coltivato con passione fa crescere fiori semplici eppure magnifici, come la Margherita e il Lappio. A mia nonna sarebbe molto piaciuta Paola. Mi avrebbe chiesto di avvicinarmi e mi avrebbe sussurrato "bella la tua amica". In effetti Paola è una bella persona. Si nasconde dietro a dei vezzi ma quando scavi scopri una profondità d'animo che raramente sopravvive nelle persone fatte di apparenza. Paola non è apparenza ma amore puro per il suo bambino, il suo compagno, le sue cose vecchie, i fiori, gli animali domestici, i paesi lontani, gli amici di passaggio.

Se le mie crisi hanno reso possibili questi incontri chiedo un problema ogni giorno, per condividerlo e superarlo con le persone come lei.






Con Paola partecipo al contest di Genny - Aggiungi un blogger a tavola - di Al Cibo Commestibile.


Insieme alle nostre famiglie, il giorno del suo compleanno abbiamo prodotto una dose e mezza di questa ricetta; abbiamo sperimentato diverse forme e abbinamenti. La foto per noi perfetta poteva essere solo una.
Biscottini di Nonna Anna

domenica 21 novembre 2010

Sorprese indelebili


I bambini in quanto persone sono differenti l'uno dall'altro. Impercettibilmente quando sono molto piccoli se li viviamo in solitudine, più tangibilmente se li confrontiamo ad altri e ancora più evidentemente quando crescono e iniziano a comunicare la loro personalità, i loro gusti e i loro limiti, quando iniziano a comunicare con noi e il mondo che li sovrasta.

I bambini nascono buoni. E' il mondo esterno che li disturba. Quando non sono buoni e bravi è perché sono incazzati, con i rumori di sottofondo, con gli odori prepotenti, con una mamma e un papà, un fratello o una sorella, un mondo di persone, ognuno con le sue regole, buone o cattive che siano. I bambini però nascono buoni. Nascono educati, generosi, semplici nei bisogni e nelle ambizioni. Nascono e crescono altruisti, disposti a fare e ad aiutare se non fosse che qualcuno dice sempre loro come si può fare meglio, come si può ottenere di più.

Prendi un Leo ma anche una Picca. Sono sempre in prima linea quando si tratta di aiutare, di fare, di provare, di proporre.

Quando aspettavo Picca la prima tata di Leo ci lasciò è ne arrivò un'altra: Mh.
Mh è stata tra le migliori che abbiamo avuto. E' stata perché a un certo punto è rimasta incinta e non mi sono sentita di farle rischiare la sua gravidanza per prendersi cura dei miei due e quindi ha anticipato il sui congedo come previsto per chi si occupa di lavori pesanti.
Quando era con noi curava i miei bambini come fossero suoi ma senza mai dimenticare che io ero la mamma. Al mio compleanno si presentò a casa di ritorno dal nido con Leo con in braccio un mazzo di fiori. Leo era piccolo ma aveva colto il gesto e se ne era caricato di tutta l'enfasi suggerita.
Un'altra sera Mh ha lasciato uscire me e il Doc per un anniversario e al ritorno ci ha fatto trovare un lavoretto fatto con i bambini primi che andassero a letto, con il calco delle loro manine e una lettera scritta con le loro parole suggerite.

I bambini sono ricchi di fantasia. Se la perdono per strada quando pretendiamo che siano perfetti, quando non li lasciamo sbagliare, quando non spieghiamo loro le cose, quando non gliele suggeriamo, quando si fa in un modo e basta, quando l'intransigenza nostra rende intolleranti loro.

Ieri era il mio non compleanno e la mattina Leo mi ha detto che considerato che non era più il mio compleanno mi avrebbe fatto una sorpresa. E' corso in camera con Picca che sempre lo insegue e mi ha regalato un portafortuna, un oggetto minuscolo, anche un po' bruttino e io gli ho detto che lo avrei portato sempre con me nella mia borsa. Lui mi ha chiesto di dire a tutti che me lo aveva regalato il mio bambino.

Così piccolo ha capito che le sorprese sono ancora più sorprendenti quando non te l'aspetti, che sono piccole, invisibili quasi, che poi hai voglia di portarle sempre con te, indelebili.

I bambini si guastano da grandi quando si dimenticano di quando erano bambini, quando diventano arroganti, ambiziosi, materialisti e terribilmente egoisti.
Forse quando sono piccoli dovremmo valorizzare quello che stanno per perdere, perché sono maschi e non devono piangere e amare i fiori, perché sono femmine e devono prendersi cura della casa e dei più grandi.

Lasciamoli fare. Lasciamoli essere diversi.

domenica 14 novembre 2010

La volpe e il part-time

Ron Tandberg
Tutte le volte che mi sento dire che la soluzione a tutto, anche al raffreddore, è il part-time mi si rivoltano le budella. Va bene sì che lavorare meno è sempre meglio che lavorare troppo ma ottenere il part-time cambierebbe notevolmente diversi aspetti della mia vita.

Prima cosa non so neanche come si faccia a chiedere il part-time. Poi se chiedessi il part-time non me lo darebbero. Inoltre se mi concedessero il part-time dovrei cambiare il contenuto del mio lavoro perché, non è presunzione o onnipotenza, ma il mio lavoro non è esercitabile a tempo ridotto. Vale lo stesso discorso per il Doc. Un pediatra non può mica arrivare un giorno e dire: ragazzi, sai cosa c'è? Da oggi lavoro la metà. Probabilmente sono disorganizzata, inefficiente, sotto-strutturata ma io lascio ogni giorno il lavoro con la sensazione che avrei avuto bisogno di altre tre, quattro ore. 

E se è vero che sono sempre in affanno, riuscirei a fare anche meno in quattro o sei ore, o no?

Vorrei poi un elenco di mestieri che si possano esercitare part-time. Giusto per capire se ce ne è uno a cui potrei aspirare e di cui potrei valutare le conseguenze, soprattutto dal punto di vista economico.

Se lavorassi part-time e quindi il mio lavoro cambiasse contenuto, infatti, verrei ovviamente pagata meno e non solo perché lavorerei meno ore, ma anche perché quello che farei varrebbe meno.

Tornando a casa prima dovrei dunque occuparmi della casa, sai che fatica? Probabilmente dovrei pure stirare e io lo detesto.

Con il part-time mi toccherebbe pure tornare a fare un po' di sport, perché a quel punto il tempo ci sarebbe e il jogging e lo stretching al parco non avrebbero prezzo.
 
Trovandomi ogni giorno ad uscire prima, dovrei subire quotidianamente lo sguardo interrogatorio e supponente dei colleghi che invece loro sì che lavorano, mica come me che lavoro mezza giornata. Dovrei ricordare al mio capo che no, non ho chiesto un permesso ma quello è il mio orario e lui il giorno dopo me lo richiederebbe di nuovo perché se lo dimentica ogni volta.

Con il part-time niente più trasferte perché non ci sarebbe tempo per andare e tornare.

Part-time mi sentirei sola, lì a godere di tempo libero senza il Doc che fa il full-time. E al suo rientro non avrei più scuse: mi toccherebbe cucinare più decentemente ogni santo benedetto giorno.

Ah, stavo per dimenticare, dovrei pure andare alle feste dei bambini dal lunedì al venerdì ;-)

sabato 30 ottobre 2010

Tempo di feste

Ghirlanda di Tempo di Cottura
Quando inizi una corsa aspetti il momento in cui il fiato si spezzi, per proseguire con un migliore controllo dei movimenti, i muscoli caldi e via il fiatone. Vuoi continuare con la sensazione di meno fatica, con il sudore che si asciuga al vento. Ora il mio respiro si è rotto.

Le giornate procedono faticosamente, ingolfate, pesanti ma ci sono cose che hanno preso la loro strada.

L'asilo di Leo e Picca per esempio. Ho riconquistato il mio posto la mattina accompagnandoli io e questa cosa mi piace da morire. La scuola è la stessa per entrambi. Le classi e quindi le maestre diverse. Sia Leo che Picca si sono ambientati velocemente. Sono così cattiva che fin dall'inizio mi hanno salutata senza lacrime e dolori. Quando succede i genitori si disperano. Quando non succede si disperano lo stesso perché pensano che ai loro figli non freghi nulla di loro.

Comunque la routine è partita e con essa sono comparsi i primi biglietti da parte dei compagni di classe per invitarci alle feste di compleanno. Leo e Picca tornano con questi pezzetti di carta fotocopiati con Hello Kitty o Spiderman e ogni volta li attacco al frigo con la calamita di turno. Poi passato il giorno li butto nel secchio della carta. Senza essere andati alla festa. Perché? Perché queste feste sono tutte organizzate dal lunedì al venerdì alle ore 16:00 e io a quell'ora lavoro sempre.

Perché, lo chiedo io. Perché?

Chi riesce a portarli? Possono a quell'ora del pomeriggio quando io mando la tata a prenderli? Tutte le mamme o i papà possono?
Un po' mi dispiace non poterli portare perché sarebbe una buona occasione per conoscere altri genitori e socializzare ma soprattutto per loro. E' evidente che lo vorrebbero.

Ho provato a chiedere in giro per capire come gestire la cosa.
Una soluzione potrebbe essere mandarli con la tata ma per quanto per loro potrebbe essere una cosa normale, perché per loro normale è questa presenza, probabilmente sono io che mi riempio la testa di pensieri. Non potrei tollerare che il troll di turno faccia loro notare che vanno alle feste con la baby sitter invece che con la mamma.

Oppure potrei sperare in altre mamme libere in quell'orario. Già ma io poi quando rispetto il mio turno? E soprattutto quando le conoscerò mai queste mamme se lavoro sempre?

Altra soluzione potrebbe essere semplicemente fregarmene e aspettare la mamma che ci inviti di sabato o di domenica. Le faranno pure delle feste il sabato o la domenica!

Dovrei forse iniziare io?

martedì 19 ottobre 2010

Dalla parte delle bambine cattive

More about Dalla parte delle bambine

Dopo la giornata rosa di ieri dedicata alla campagna per la prevenzione del tumore al seno e il sostegno di LILT, scrivo oggi a favore del superamento degli stereotipi di genere e lo faccio da Genitori Crescono.

Colorare una giornata di rosa deve poter continuare nelle nostre vite quotidiane, impegnandoci a non mettere nella testa dei nostri figli che ci sono limiti dipendenti dal loro essere maschio o femmina.

Insegniamo loro a colpire e lottare contro i veri limiti e non perdere tempo ed energia creativa dietro alle false distinzioni di sesso.

Solo facendo il possibile per fare quello per cui ci sentiamo portati ci renderà liberi da stereotipi, tipizzazioni e pregiudizi.

Questo post partecipa al blogstorming.

domenica 17 ottobre 2010

Vintage per sempre, versione MC

Audrey Hepburn e Ferragamo
Ero partita con un commento diretto al post di Paola sulla nostra giornata al Castello di Belgioso a godere di un mercato-mostra del vintage, ma poi mi sono spostata qui per dedicarci un pensiero.

E' stata una decisione compulsiva così come talvolta ci si lascia prendere da un acquisto pazzo. Abbiamo letteralmente trascinato Polly e spontaneamente ne è uscita una bella giornata colma di aneddoti che io non riuscirò a riportare.

Ammetto che questa volta invece di sentirmi in colpa per i miei figli a cui ho sottratto malvagiamente un sabato, mi sono sentita in debito verso diverse persone che immagino sarebbero venute volentieri, nonna cattiva inclusa. Ma certe cose nascono così, nel casino del quotidiano quando non hai tempo neanche per fare il cambio degli armadi eppure preferisci e riesci a spingerti su un regionale puzzolente, molto più decadente di vestiti usati che a naso ti aspetteresti pieni di muffa.

Per quel che mi riguarda la muffa invece cresce solo sulle mie buone intenzioni.


Alla fine della giornata sono tornata a casa volando, leggera come quel vestito di organza corallo chiaro che Paola ha provato e le stava da dio.

La cosa che mi piace del vintage è che sembra che le cose abbiano un'anima, tirino fuori una personalità, quella delle persone che le hanno pensate, create e di quelle che poi le hanno indossate, tenute negli armadi e poi regalate o vendute perché ne erano stufe.

Ci sono cose orribili, altre insignificanti, altre meravigliose e altre, a prescindere dal tempo, semplicemente belle. Tutto questo non per tutti, per ognuno in modo diverso. Il vintage accontenta tutti. C'è chi comprerebbe cose che tu non sapresti neanche da che verso girare. Ci sono pezzi che si rimodellano sul corpo inaspettatamente, diversamente da quello che capitava su chi se n'è disfatto. Ho sempre creduto che ogni cosa possa avere una sua collocazione e un suo contesto. Mi chiedo cosa direbbe la loro memoria; se chi li ha indossati ha riso molto con quel vestito o pianto ricevendo quell'accessorio; se è stato tradito e tirato contro il muro quel confanetto un po' ammaccato; se ha appiccicato una vera etichetta Coco Chanel sul cappotto fatto a mano; se è morto o ancora vivo.

C'è chi non indosserebbe mai cose appartenute a un defunto negandogli così la possibilità di continuare a vivere, nella stessa scelta, nel tessuto ancora prezioso o semplicemente consumato, ancora con qualcosa da dire. Tutto questo ha un sapore animistico ma non è meglio che rattristarsi a un funerale o nei cimiteri che per me non hanno alcun senso?

Dalla giornata vintage ho riportato indietro un paio di scarpe di Ferragamo, verde acido con un cinturino di quel colore cuoio che Paola abbina con tutti i colori; le Ferragamo ancora senza numero, quando le facevano su misura, conservando il modello di legno delle clienti. Come Cenerentola le ho provate e sono scivolate come un guanto.

Sono stata bene, sempre più cosciente del fatto che con una buona capacità di rovistare, nella rete si trovano cose, oops, no PERSONE, davvero uniche e preziose.

martedì 28 settembre 2010

Linguaggio mezzo pieno o mezzo vuoto

Il gioco che vedete nell'immagine è stato regalato a Leo che era ancora un bebè.

Leo da piccolo aveva una strana fissazione: adorava il moto rotatorio.

Tutti i bambini si incantano davanti una lavatrice ma Leo andava oltre; non solo era capace di passare un tempo decisamente lungo davanti alla centrifuga ma qualsiasi cosa gli davi in mano tentava di farla girare; le sue braccia non erano da meno. Sembrava un mulino a vento. Certe volte mi faceva anche saltare i nervi. Quando quindi è arrivato questo, una canna da pesca magnetica con cui accalappiare gli animaletti calamitati, passava il tempo a farla girare vorticosamente. Ipnotizzato.

Lo osservavo e non capivo. Il solo fatto che però ci passasse del tempo sereno e contento mi faceva abbassare la guardia e questo gioco lo ha aiutato in uno dei traguardi più attesi da noi genitori: camminare.

Leo si tirava su e iniziava il suo gi(r)a-gi(r)a, così lo chiamava, occhi attenti e concentrati sulla pallina rossa che roteava. E piano, piano si è staccato, in equilibrio. Sembrava un funambolo ma anche un folletto. Non mi capacitavo di questa sua passione ma fatto sta che ha imparato a camminare senza che mi spezzassi la schiena e lasciato un ricordo bizzarro sulle sue prime visioni del mondo.

Il gioco è ovviamente rimasto a disposizione di Picca con Leo che le mostrava le sue abilità da pescatore e oggi gli animaletti sono insieme a tutti gli altri, speranzosi di essere catturati dalle loro manine, un giorno tenere e l'altro aggressive e ingrate. Credo che chiunque abbia visto Toy Story 3 abbia oggi una visione diversa dei giocattoli dei nostri figli.

Picca quando deve andare in un luogo poco conosciuto, tipo la scuola in questo periodo di inserimento, cattura qua e la qualche piccolo gioco rassicurante e "mi fanno compagnia" è il suo modo per dirmi "ti prego fammeli portare con me". Questi piccoli pupazzetti morbidi hanno spesso il privilegio di investire questo ruolo ma sono cinque e non sempre sono tutti a disposizione.

Stamattina ha scelto una giraffa di gomma ma quando siamo saliti in macchina abbiamo trovato il polipo polpo rosa.

MC: "Guarda, Picca. Il polipo polpo è rimasto in macchina!".

Lei lo ha afferrato salvandolo dalla solitudine.

MC: "Povero Polipo Polpo che è rimasto solo tutta la notte".

MC: "Pensa a come si è sentito, al buio, con il temporale, i tuoni e i lampi".

MC: "Deve aver pensato -Oddio, mi hanno abbandonato, qui in questa macchina al gelo, mentre Leo e Picca se la godono con tutti gli altri giochi-".



MC: "…oppure…bè, e se invece avesse detto - WOW! Grandioso! Che bello! Finalmente mi godo la notte…Guarda che lampi, sembrano fuochi d'artificio. Adesso ballo al ritmo della pioggia. E canto urlando, tanto nessuno mi sente. Stupendo quei due monelli si sono dimenticati di me e io canto e ballo…!

Leo: "Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"

E' una questione di conversazioni. Possiamo sempre scegliere quale versione proporre.

Questo post partecipa al blogstorming.

venerdì 24 settembre 2010

Appendice appendicite


Devo riconoscere una cosa, che i vostri commenti sono piuttosto impegnativi. Non so cosa capita ma partono delle discussioni garbate eppure appassionate su temi un po' spinosi.

E questa volta devo fare un post per rispondervi. Non solo a chi mi ha commentato pubblicamente ma anche a chi mi ha scritto direttamente o che ho visto di lì a poco.
Suvvia, togliamoci questa appendicite.

E' vero. Ho trattato bruscamente e spavaldamente il tema del tradimento, pungolata dalla lettura di un libro che te lo infila dentro le membra. Ne esco ancora molto turbata. E poi alla fine del mio precedente post me ne esco con un apparente attacco alle donne/amanti, io che dichiaro a mari e monti di detestare le conversazioni di genere e i cliché pre-compilati. Ma come? Parli alle donne? E agli uomini, no? E poi perché te la prendi con lei? E' lui che ti ha tradito. Infondo lei neanche ti conosceva, badava ai suoi interessi, magari lo amava infinitamente ed era l'uomo della sua vita e con te lui si lacerava in una storia malata, bruciata, finita. Ma come, tu neghi l'amore assoluto e poi ti dichiari così estremista verso la categoria delle amanti?

Spieghiamoci e chiariamo i fatti. Per me è un fatto che la vita è talmente complessa che dividerla tra i buoni e i cattivi è sempre troppo banale. Per me il mondo è fatto di persone e non di uomini e donne. Certo ci sono gli uomini  e le donne e anche tante interessanti vie di mezzo ma proprio per questo motivo il mio approccio alle persone si qualifica come approccio ai singoli individui. Per quanto la rete ci ha dato modo di conoscere e frequentare un numero assai maggiore di persone rispetto a quando conoscevamo e frequentavamo solo il mondo fisico, io sono dell'idea che nella nostra breve vita le persone con cui abbiamo a che fare sono così poche che abbiamo per ognuna il tempo di farcene un'idea, magari anche in evoluzione. Questo per dire cosa? Che anche ogni storia di tradimento ha le sue logiche e le sue giustificazioni e io non sono una vecchia moralista che manda al rogo chi tradisce. Men che meno solo le donne.

Per me chi tradisce è prima di tutto consapevole di farlo. Sa. Sa di poter fare del male, sa di raccontare menzogne e di vivere di sotterfugi. Sa che esiste un altro o un'altra e nonostante questo accetta di non essere l'unica/o. Molti di coloro che mi hanno commentato per difendere la causa dell'amante hanno detto che non sapevano. Quando non sai, pur tradendo, sei vittima. E se quando lo scopri ti incazzi e pretendi che l'altro/a si assuma le sue responsabilità e decida quale strada prendere allora vuol dire che hai rispetto per te stesso/a.

Ho accusato le donne da controparte ferita e me la sono presa con quelle che non fanno neanche uno sforzo di empatia, che non provano disgusto all'idea che quando lui ti appartiene, in altri momenti è anche dell'altra. E tu lo sai mentre l'altra no. Ciò non toglie che il primo che ho preso a pugni è stato lui.

Curioso che io abbia anche provato a capirla. @Isa, me lo sono posto il pensiero che lei era innamorata e non poteva razionalizzare. Ma sai alla fine cosa mi sono risposta? Che no, io nella stessa posizione non l'avrei fatto, che non avrei potuto amare un uomo che fa il doppio gioco, che avrei preteso molto di più, che avrei posto le mie condizioni. Esattamente come non accetterei di subire violenza fisica, quella per me è violenza psicologica.

E c'è di più io non credo neanche nel perdono. Se decidi di andare avanti devi ricominciare, non puoi mettere una toppa con la parola perdono. Il perdono guarda indietro. Io ho deciso di guardare avanti e di fidarmi. Se avessi perdonato io sarei stata troppo forte e la relazione ancora sbilanciata.

martedì 21 settembre 2010

Quell'assurda propensione di dare la parola amore all'infelicità

Una mia debolezza è leggere e interpretare la serendipità e la magia degli incontri.
La considero una debolezza perché è una visione facilmente manipolabile che ben si presta alle suggestioni del momento.
Eppure dietro alla conoscenza delle persone, ne sono convinta, c'è sempre un disegno che riusciamo a decifrare solo lungo il percorso e che ci svela deviazioni imprevedibili e poi si illumina alla fine, quando ne riusciamo a capire il senso. Non ci si rimette mai, anche quando certi incontri poi deludono.

Diversi mesi fa Panzallaria mi invita alla presentazione di un libro. Quando nomina l'autrice mi si ferma il cuore. Lidia Castellani è l'autrice del primo libro sul tema della maternità che ho letto quando ho scoperto di aspettare Leo, più di cinque anni fa. Lo scelsi dallo scaffale con quel giusto abbozzo di pancetta che ti scatena il desiderio di conoscere tutto quello che ti capiterà. Lo scelsi dopo aver messo da parte "Avere un bambino" che mi metteva l'ansia e mi imboccava mille malesseri.
Dire che "Mamma senza paracadute" trattasse di maternità è un po' riduttivo perché in effetti  la storia gira, sì, intorno a una donna alle prese con la sua maternità, ma come fosse un pretesto per sviscerare la natura complessa di una persona, risultato di scelte proprie, di un mestiere che deriva da un talento, quello della scrittura.
Dopo averlo letto l'ho prestato a diverse donne (in questo momento è in prestito) e l'ho anche regalato quando non potevo prestarlo.
L'idea di poter conoscere di persona l'autrice di quelle parole che tempo addietro iniziarono a svelarmi quello che veramente mi sarebbe accaduto mi sembrava una bella coincidenza, una di quelle che ti danno emozione.
Il lavoro poi si è messo di traverso e non sono potuta andare all'evento ma da quel momento ho aspettato con trepidazione l'uscita del nuovo libro "Il corpo non sbaglia".

Sempre il caso e un po' più di audacia hanno voluto che iniziassi a comunicare in rete con Lidia. Le ho confessato il mio compiacimento nel poterle parlare e sentivo nelle sue risposte un senso di stupore, come se si meravigliasse del mio apprezzamento. Questa è una prima cosa che abbiamo in comune: stupirsi delle parole di chi ti stima.

Il fatto che il libro si intitolasse "Il corpo non sbaglia" mi sussurava qualcosa per via di quello che ho vissuto sulla mia pelle. Ma non avevo ancora anticipazioni sulla trama e quindi leggevo via via incuriosita qualche sua intervista. In particolare mi colpì quella di Luca Signorini in cui Lidia accennava di una storia di violenza domestica e poi di solitudine e poi di labirinti.
L’ho scritto pensando a tutti quelli che soffrono per amore e imperterriti continuano a picchiare contro il proprio dolore come mosche contro un vetro chiuso. 
“E se la felicità non fosse in quell’amore, dove l’abbiamo sempre cercata?” E’ la domanda che la protagonista rivolge alle amiche prima di riuscire a dimostrare a se stessa e a loro che un riscatto dall’infelicità è sempre possibile. E’ così che questo romanzo dopo aver smascherato i meccanismi che rendono possibili gli amori infelici diventa un inno alla vita e alla capacità che hanno le donne di ricominciare, sempre, magari anche partendo da un nuovo taglio di capelli.
e poi…
D. [Luca Signorini] Lara, un altro personaggio del tuo romanzo, decide di dichiarare battaglia contro tutte le assurdità che si compiono in nome dell’amore. Questo suo atteggiamento non è in realtà l’ammissione di una sconfitta?
R. [Lidia Castellani] Si, se per amore si intende l’amore che ci fa sembrare normale qualsiasi sofferenza, che giustifica qualsiasi sacrificio anche quello estremo, della vita. ‘E’ una piaga sociale contro la quale non si fa nulla,’ dice a un certo punto Lara che si batte contro la disponibilità ad accettare relazioni fondate sull’infelicità e sulla mancanza di rispetto che ancora oggi troppe donne scambiano per amore.
Scrissi subito un email a Lidia pregandola di leggere La fragilità delle pareti femminili
e poi L'amore assoluto e anche Mettersi a nudo senza vergogna e lei mi rispose che aveva la pelle d'oca. Anche io ero particolarmente turbata.
Ora Il corpo non sbaglia l'ho letto e devo parlare direttamente a lei:

Una cosa, Lidia, non ti ho confessato. L'ultima delle coincidenze, un altro tema trattato che si è infilato spinoso sotto quella pelle d'oca: il tradimento.

Ecco, se abbiamo vissuto l'onta del tradimento leggeremo questo libro accompagnando per mano il personaggio del romanzo e ne vivremo fino in fondo, fino all'ultima riga, il lutto.

Credevo di aver sotterrato l'ascia ma non è così. Non credo che si possa mai superare quel senso di rottura. Vai avanti e scendi a compromessi, rinsaldi il legame con la te stessa più forte, fai pace con la tua solitudine e ne recuperi stabilità ma nulla ti potrà ridare la verginità di prima.

Un'ultima cosa e questa volta mi concedo di farlo rivolgendomi urlando a tutte quelle (sì, è alle donne che voglio parlare e non alle persone, perché in questo momento parlo da donna ferita ad altre donne che sanno essere carnefici) che agiscono senza pensare: perché, dico, perché vi infilate in una relazione senza il diritto dell'esclusiva? Perché il fatto stesso che sia in corso una storia con un'altra, senza porvi il dubbio che sia una storia buona o cattiva, non vi impedisce di proseguire? Sarete mai in grado di mettervi nei panni di chi subisce il tradimento?
"Passo dopo passo mi accompagna la sensazione che fin qui la mia vita sia stata come un pianoforte sul quale ho saputo suonare soltanto tre o quattro note. Ora è arrivato il momento di tentare qualcosa di più. More about Il corpo non sbagliaDi cominciare a vivere sul serio. Possibilmente insieme. E devo dirtelo subito. Da te voglio un amore grande o nulla. Una storia senza menzogne. Cancelliamole tutte e ricominciamo da capo. Con la stessa idea alta dell'amore che avevamo all'inizio. Altrimenti preferisco andare avanti da sola."

lunedì 13 settembre 2010

Imparare dai bambini

A casa di MC, ogni tanto, fa capolino l'opinione di un pediatra che confidenzialmente chiamiamo tra di noi lo zio Berry*. I suoi sono gli unici manuali che hanno fatto breccia nella mia iniziale diffidenza verso quelle che considero enciclopedie pediatriche, non perché siano particolarmente acuti e distinti rispetto alla letteratura sull'infanzia diffusa ma semplicemente perché nei suoi capitoli prevale uno spontaneo buon senso e molta tranquillità. Per sentirmi apposto con la coscienza qualche volta, all'altezza della tappa giusta, mi leggevo il capitoletto e mi dicevo che anche quella (forse) era passata.

Ricordo in uno di questi capitoli come lo zio Berry riconoscesse nella madre depressa una particolare cura nella vestizione del neonato e in seguito del bambino, in netto contrasto con l'evidente disordine del suo aspetto.

Ora, se non fosse che sono chiari i segnali dell'autunno imminente, penserei che in questi giorni si respiri piuttosto un certo "friccicore" primaverile. Saltellando tra un blog e l'altro mi rendo conto che diverse tra le mie blogger preferite hanno simultaneamente trattato il tema dello stile, del concetto di moda, della ricerca di un equilibrio personale nella scelta del proprio guardaroba: Paola è partita alla grande con la sua prima stylish class; Caia esordisce con il suo Fashion Friday, Lalaura risponde al desiderio di cambiamento entusiasta, Piattini inizia ad accennare a una S-fashion. Chi cambia casa, chi da' una mano di nuovi colori alle pareti, a quelle del blog e magari anche alla propria vita. Questo mi fa pensare che a forza di scrivere e di passarsi il testimone si riesca a respirare un po' di positività, quella sostenibile, fatta di alti e molti bassi o almeno ci si prova.

Penso che ci sia molto da imparare dalla gestione dell'aspetto esteriore dei nostri piccoli, dal rigore che seguiamo nel prenderci cura di loro, nel vestirli, nello scegliere il loro guardaroba, nel pianificarlo e nell'organizzarlo e per dimostrarvelo sceglierò volutamente una serie di generalizzazioni in cui sentitevi libere o meno di ritrovarvi. E provo a dare un contributo in tema di stile personale.

I bambini, di media, con una velocità decrescente, cambiano guardaroba ad ogni stagione. Per quanto alcuni capi ci abbiano fatto sciogliere il cuore, passata la taglia dobbiamo rinunciarvi e acquistare (o farci passare) la stagione successiva e questo equivale a un nuovo guardaroba. Ora io questa cosa, ve lo confesso, l'adoro. Il fatto che perché una cosa è diventata troppo piccola io sia costretta a rinunciarvi e a prenderne una nuova mi da' un certo brivido di piacere. Puro consumismo vero ma anche un cambio di pagina, un giro di boa, un andare avanti. E ho pensato spesso che questa cosa mi piacerebbe farla come adulta. In un mondo "ideale" (suvvia passatemi un pensiero su un mondo non prioritario), lo ammetto, vorrei avere il coraggio di eliminare l'80% del mio armadio e sostituirlo, almeno una volta l'anno. Cambiarlo non perché non mi entra più nulla o perché è stato attaccato dalle tarme ma semplicemente perché va rinnovato. Questo significherebbe sostituirlo con una quantità relativa di gran lunga inferiore. Della serie poche cose ma quelle giuste.Una sera ho confessato questa diavoleria alle mie amiche di sempre e una di loro mi ha detto, con estrema nonchalance, che lei lo faceva già. :-D

I bambini, almeno fino a quando noi adulti non li contaminiamo e li trasformiamo in esseri orribili, non fanno confronti tra di loro. Non perdono tempo a guardare se il jeans dell'amico calza meglio e se le gambette del compagno di giochi sono più o meno storte, cicciotte o secche; al limite noteranno la percentuale di occupazione di spazio del super eroe di turno ma l'attenzione è concentrata sul cosa fare insieme, su come divertirsi e magari sporcarsi un bel po'.
Noi adulti sarebbe bene che facessimo la stessa cosa. Dovremmo capacitarci, con una buona dose di realismo, di quello che siamo e iniziare a vivere l'estetica come un mezzo più o meno interessante per raggiungere obiettivi di gustosa socialità e di benessere con noi stessi. Tutta salute!

I bambini quando iniziano ad accorgersi che possono esprimere un parere su cosa indossare (che questo arrivi il più tardi possibile perché verrebbe voglia di sopprimerli) testano dei capricci che in confronto quelli per il passato di verdura scorrono lisci come l'olio. A casa di MC non passano. Se qualcuno si rifiuta di uscire di casa con un certo paia di scarpe o un vestito incomprensibilmente a lui/lei antipatici parte la seria minaccia di uscire scalzi o addirittura nudi. Nessuno di loro ha mai accettato di correre il rischio. Ecco quando capita quella mattina in cui batteremmo noi i piedi a terra, con lo sguardo perso davanti all'armadio, i nostri conviventi dovrebbero minacciarci di buttarci fuori di casa come Dio ci ha creati e allora sì che ci daremmo una mossa.

Curiamo i nostri bambini in modo maniacale. Dopo il cambio o il bagno non perdiamo mai un turno di incrematura. Posto che lo trovo immancabile per il piacere di coccolarli e massaggiarli, la cosa tutto sommato è comunque paradossale, perché i bambini hanno in generale una pelle giovanissima e, salvo casi specifici di problemi epidermici, non avrebbero bisogno di grandi supplementi. Se nutriti e idratati correttamente basterebbe una passata di buona crema o olio di mandorla anche solo due volte la settimana.
Per noi adulti invece, noi donne che ci troviamo ad affrontare gravidanze, allattamento ed età che avanza, è un optional. Mai che troviamo il tempo per prenderci cura di noi con lo stesso ardore. Va bè la superficie da spalmare è decisamente superiore rispetto al batuffolo di ovatta ma non riduciamoci, per favore, a diventare statue di cartapesta.

Quando usciamo per comprare quello che serve per il nostro bambino scegliamo abilmente capi ben abbinati nei colori e magari pure intercambiabili. Consci del punto uno siamo sempre più bravi a fare la lista del must-have più qualche nice-to-have per solleticare il nostro orgoglio di genitori. Non so voi, ma io vesto decisamente meglio i miei figli rispetto a me medesima e loro godono della scarpetta che va bene su più cose, del pantalone mai orfano della maglietta ideale. Sul mio fronte un disastro: intere stagioni in cui una gonna bellissima rimane sola al buio perché non ho mai acquistato il maglione o la giacca da metterci sopra o troppe scarpe che ci azzeccano con solo un vestito a turno. Il risultato è un guardaroba poco funzionale e eclettico, al limite del surreale. La frase più ricorrente: non ho più nulla da mettermi.

Sempre per la regola numero uno, i vestiti dismessi vengono conservati per il figlio due oppure passati agli amici con figli a cascata o venduti su ebay. Io dico, perché non facciamo la stessa cosa? Perché non facciamo una bella festa in cui ognuno porta le cose che non mette più e le mette a disposizione degli altri? Quello che non piace più a noi o non ci entra più o ci sta troppo largo potrebbe far impazzire la mia amica. Cose nuove, come per i bambini, che riprendono vita a casa di un altro.

Per aiutare me stessa, il doc, ma soprattutto la babysitter o le nonne, armadi e cassetti di Leo e Picca sono matematicamente divisi per generi e spesso per colori. Un vero gioco di insiemistica. Suggerisco lo stesso approccio nei nostri di armadi. Ci vorrebbe la stessa organizzazione per velocizzare il momento della scelta ogni maledetta mattina. Se poi fossimo bravi a prepararli la sera prima come magari facciamo per loro, potremmo dormire quei cinque, dico solo cinque, minuti in più.

Quando la mattina i miei bambini mi osservano mentre mi trucco (ve lo dico io mi trucco poco), maschio o femmina, vorrebbero imitarmi e, per salvarmi dall'impaccio, non sto a menarla sulla storia dei maschi e delle femmine, chi lo può fare e non lo può fare. Ci penserà il mondo e le sue convenzioni a spiegarglielo invitandoli a fare le loro scelte. Piuttosto rispondo loro con un pensiero che per ora sembra convincerli e cioè che, secondo me, i bambini sono già belli così e non hanno bisogno di trucchi. Traslerei il pensiero su noi grandi applicando la regola, tanto di moda oggi, del less is more. Anche molti di noi sarebbero molti più belli senza troppi orpelli, artifici e omologazioni.

E con questo vi saluto e me ne vado a giocare su Polyvore...

* T. Berry Brazelton

mercoledì 1 settembre 2010

A casa di Design per bambini

Leo e Picca alle prese con il colore

Valentina di Design per bambini è oramai una cara amica. Persona precisa e rigorosa gestisce un blog che amo molto. Con passione e colore abbiamo conversato.

Le stanze dei nostri bambini parlano di noi e così vado da lei a parlare di me.

domenica 29 agosto 2010

Il numero perfetto

In una sola settimana due amiche mi hanno comunicato di aspettare un bambino, una il primo e l'altra il secondo e la cosa mi ha inspiegabilmente commossa, forse per le storie che si portano dietro, per la posizione che hanno coperto per caso e velocemente nella mia vita. Questo per dire che sono amiche speciali, pur non avendole conosciute tantissimo tempo fa o frequentate intensamente, eppure ci siamo legate a doppio filo, soprattutto nelle conversazioni, scambiandoci ricchezze e energia pura da spendere nelle giornate estremamente difficili. Curioso che una appartenga al mondo più fisico e l'altra alla rete.

"Secondo te quale è il numero perfetto di figli?", mi sento spesso domandare. Va bene, evito di far polemiche. Chiaro che ognuno ha il suo. Qualcuno dovrebbe anche avere il coraggio di dire "zero" e farebbe un piacere a se stessa e al mondo. Ognuno porta dietro la sua esperienza di figlio ma la porta in molteplici modi; poi ci si mette il destino che non fa sempre andare le cose come vorremmo.

Una mia risposta, con il senno di poi, è che non c'è un numero perfetto, ma di sicuro (per me) uno [1] non è il numero giusto. Anche io ho una storia, ultima figlia di tre e distante nove anni dalla seconda e undici dal primo ed è una storia fitta di dettagli che possono aver determinato un mio approccio alla numerosità ideale della famiglia, ma sono anche una persona che ha frequentato altre famiglie, le ha vissute e subite e, quindi, alla fine vai a capire chi ci mette in testa il perché e il per come di determinati desideri.

Da piccola, quando giocavo con le bambole e credevo che non avrei mai smesso di farlo, immaginavo che da grande avrei avuto sicuramente tre figli. In seguito è stato un continuo cambiare idea che mi ha lasciato addosso la cicatrice di chi pensa che non è in grado di far crescere neanche una piantina di basilico.

Viva nella mia mente è una vicenda, sempre di conversazione, che racconto spesso, forse perché la devo ancora smaltire.  Nato Leo, il giorno successivo al cesareo, quello in cui vorrebbero che già ti alzassi, un'infermiera, di cui vorrei piuttosto sapere il nome invece che definirla per il suo mestiere, vedendomi in difficoltà nell'alzarmi e particolarmente lagnosa, se ne uscì dicendo "ah, QUESTA il secondo non lo farà mai!". Sento ancora quanto bollenti fossero le lacrime che mi scorsero subito dopo per il dolore dei punti e la ferita di quella frase superflua e inadeguata.

Anche più avanti, già arrivata Picca, una mia carissima amica, di fronte alle mie ennesime lamentele da madre sovraccarica ebbe la brillante idea di apostrofarmi con "ma se sapevi cosa avrebbe comportato perché hai fatto pure il secondo?".

Onestamente non lo so con tanta sicurezza.
Ho pensato che a me avere fratelli è sempre piaciuto, ma perché erano molto più grandi di me e mi hanno straviziata; che il secondo mi avrebbe fatto compagnia con il primo, che poi la verità è che sono loro due che se la fanno; che se ce l'avevo fatta con uno, due non poteva essere peggio: l'esperienza è viva e le cose che sembravano insormontabili filano lisce.

Uno + uno per me non è due. E' spesso, ma non sempre, qualcosa in meno.

Il secondo ti fa vivere quanto diversi possono essere i bambini e quindi ti allontana dalla presunzione di avere un'unica soluzione per ogni questione. Difficilmente sentirai dire da chi ha più bambini che "a tutti i bambini non piacciono le verdure".

Più di uno ti fa capire che l'amore non è una risorsa finita e quindi non è qualcosa da dover spartire. Ce n'è e sazia tutti, anche fossero cento.
Capita poi che quando scleri con uno, l'altro ti faccia rinsavire e viceversa: nessuno è migliore degli altri.  Scopri quanto ti somigliano ma anche quanto diversi potranno essere da te.    

Ho pensato che se da grandi non troveranno le risposte da noi genitori magari avranno un'opportunità in più tra di loro.

Ci sono poi le speranze: che non si odino, che non litighino per la dimensione dell'avere, che si cerchino anche a distanze intercontinentali, che si manchino e che si cerchino e soprattutto che si stimino.

Comunque voi la pensiate quello che un giorno saranno i nostri figli, che sia uno solo o centomila, non dipenderà solo da noi.

venerdì 27 agosto 2010

La prima cosa bella

Alzi la mano chi nella vita non si sia mai trovato a doversi esprimere sul concetto che "i figli sono la cosa al primo posto nella vita". Che tu ne abbia o meno, che tu li desideri o no sembra che a un certo punto si debba per forza salire in cima a una torre e decidere cosa buttare giù tra una missione a Capo Nord e i tuoi figli, tra una cena con l'amica A. e il torneo di scherma della primogenita.

Arriva il giorno in cui ti devi sedere e carta e penna o mouse alla mano, mumble mumble, e giù "al numero uno chi ci metto?".

Ma non lo so! Ma devo proprio? Ma perché poi?

Passi la classifica delle canzoni più amate negli anni '80, passi l'elenco dei più belli dell'università ma a questa lista delle priorità io non ci voglio stare e mi rifiuto di sentenziare in modo definitivo e imprescindibile che i figli sono la cosa più importante della mia vita.

Orrore! Ma che mamma cattiva che sono!

Che poi se io dico "No, i figli NON sono la cosa più importante della mia vita", mi credete? oppure se dico "Si, i figli SONO la cosa più importante della mia vita", pensate che in tutte le circostanze, i contesti e le situazioni più variegate della vita questo assioma possa essere vero?

Ma basta con questa fissazione di stilare elenchi di priorità e dichiarazioni assolute.

Quando ti nasce un figlio e poi magari anche un altro e un altro ancora vieni travolto da un milione di priorità che si intrecciano come una matassa presa di mira dal gatto Penelope e non hai neanche il tempo di salire in cima a quella torre. Piuttosto in cima alla torre ci andresti ma magari di nuovo da sola, in silenzio a goderti il paesaggio dei tetti e i colori del tramonto.

Sono stufa di perdere tempo alla ricerca di una risposta da dare al prossimo che mi fa la domanda o anche se non la fa ne vuole parlare.
La risposta è "non lo so" o "forse" o "dipende" o "sìììì" o "anche no".

La verità è che se arriva il momento di dover scegliere tra due strade, quando però succede e non quando potrebbe, forse oppure se, chiunque è obbligato a prendere una decisione e solo in quel momento in funzione del tempo che hai per decidere e del numero di fattori che hai la possibilità di valutare,  ti dovrai porre il problema. Nella quotidianità della vita è un'assoluta perdita di tempo dichiararlo.

Non fraintendetemi, non voglio togliere il piacere di dire "i miei bambini sono la cosa più bella della mia vita", vorrei solo alleggerire chi se la prende troppo a cuore quando il problema non si pone.

Ehi, tu. Lascia perdere. A me non interessa sapere chi e cosa è più importante per te. Me lo posso immaginare. Se ti conosco lo posso intuire.

***La prima cosa bella è un film di Paolo Virzì. L'ho visto pochi giorni fa e mi è piaciuto molto. Anche questa è una storia di priorità che nella vita cambiano. In ogni momento.

sabato 21 agosto 2010

Voglie di una donna non più incinta

Varenna, ottobre 2005 [autoscatto]
Occupiamo finalmente la nuova casa di Parma. I bambini sono ancora lontani dalle attività di messa in ordine e si godono gli ultimi giorni dai nonni, mentre noi lavoriamo e mettiamo tutto a posto.

Ho vissuto nove mesi di "commuting", termine appreso, mio malgrado, pochi giorni dopo l'inizio del tram-tram tran-tran, tra Bologna e Parma. Non proprio quanto una gravidanza visto che si usa ragionare in termini di quaranta settimane, ma quasi. Una vita d'inferno, pesante, sempre lontana dai miei bambini che però sembra non abbiano accusato il colpo. Certo durante le vacanze l'effetto "cozza" si è amplificato in Picca ed è riemerso in Leo ma tutto sommato, ora che non sono più tanto bavosi e portatori di rifiuti ingombranti, mi hanno ricompensata di un periodo così alieno.

Forse perché sapevo che ero vicina alla fine, ma ultimamente proprio non ce la facevo più. Mi infilavo in quella macchina con l'idea che per arrivare in ufficio ci avrei impiegato troppo, con un sonno pericoloso e insidioso. La sera poi, sempre troppo buio, non riuscivo più ad arrivare per mangiare insieme; quando andava bene ci scappava una favola e il fine settimana ero sempre troppo stravolta per dare il meglio di me.

Quando si arriva troppo stanchi alla fine della giornata ci si rende conto che stai togliendo tanto agli altri e a te stessa e non va bene. Se possibile bisogna intervenire e tagliare da qualche parte, dove possibile.

Dopo nove mesi, quindi, abbiamo partorito una nuova casa. Mi piace. Abbiamo traslocato tutto quello che c'era nella precedente, anche alcuni colori, per ritrovarci in qualcosa di già familiare.

Flashback: Dopo pochi giorni nella nuova azienda feci una riunione per il passaggio di consegne di una persona dimissionaria. Fuori dal contesto lavorativo scambiammo due chiacchiere e ovviamente uscì fuori la mia storia di trasfertista. La persona mi ascoltava con particolare attenzione. Probabilmente raccoglieva dettagli. Un'altra, presente anche lei alla conversazione più tardi a pranzo, se ne uscì con una frase impulsiva: "sai che ci vedrei bene MC nella tua casa?" . In effetti lei sobbalzò e disse che stava pensando alla stessa cosa. Il caso volle che questa persona andava via per seguire la sua famiglia in un'altra città. Anche lei con due bambini aveva deciso però di traslocare alla fine delle scuole. Anche per lei ci sarebbero stati nove mesi di attesa. Ha un non so che di magico e serendipico ma in effetti le nostre esigenze coincidevano alla perfezione. Nei mesi successivi mi decisi ad andare a vedere la sua casa, poi ci tornai per farla vedere al Doc e poi ancora per capire se potevamo permettercela. C'è stato un momento in cui sembrava che non se ne facesse nulla, ma poi ci siamo tornati sopra e la cosa si è conclusa bene.

Back forward: Da qualche giorno sono concentrata su una serie di richiami e ho voglia di ascoltarli e di crederci. Vorrei chiamarle le voglie di una donna non più incinta. Non preoccupatevi non ho voglia di raperonzoli. Sono suggestioni dettate dagli ultimi cambiamenti, dalla nuova città e dalla nuova vita che mi aspetta.

Eccole:

Voglia di bicicletta - Qui a Parma ci sono i pedoni, i motorizzati e chi va in bicicletta. Quest'ultimi sono una categoria molto preponderante tanto che i primi due devono apprendere nuove tecniche per prevederli e affrontarli. Ho già imparato che quando esco da un parcheggio non devo guardare solo lo specchietto retrovisore ma prima di tutto il fianco di uscita perché tre su cinque arriva un ciclista e lo prendo in pieno. Fatto sta che sono contagiosi e io devo dotarmi di una bicicletta nuova da città. Ora poi capisco la risata di una collega quando le comunicai con entusiasmo che sotto la nuova casa c'era un negozio di biciclette. A Parma ci sono tanti negozi di bici quanti sono i numerosi istituti bancari.

Voglia di forma fisica - 'Sta storia di avanti e indietro e vita bislacca hanno decisamente influito sulla perdita di quel grado di forma fisica in cui mi sento a mio agio. No, non sto parlando di quello che vedete voi ma di quello che sento io. Ho preso il vizio di mangiare tanto e male. Ho preso quei chili in più nei posti sbagliati e soprattutto sono priva di tonicità. La nuova casa è senza ascensore e arrivo al piano con la lingua intorno al collo. Leo tra l'altro ha scoperto un banale movimento che tanto somiglia alla respirazione di pancia nella pratica dello Yoga. Mi è venuto in mente di raccontarglielo e adesso è fissato che lo porti a fare yoga. Certo mi piacerebbe pure andare a fare un corso di danza e non di certo sono attratta dalla palestra e i suoi umori. Insomma bisogna muoversi, io, il Doc e i bambini, ma senza cambiare città questa volta.

Voglia di cucina - Ma come? Bici, movimento e poi cucina? Diciamo che ho voglia di recuperarla. Svuotando scatoloni mi sono resa conto di quanto poco ho "creato" in questo lungo periodo. Ho attrezzi che potrebbero fare miracoli e sono fermi da troppo tempo. Ho paura pure di averci perso la mano. Ho voglia di riprendere, di sperimentare. Ho pure voglia di starmene un po' a casa. E che diamine! E a tutto questo è legata una gran voglia di socialità, quella fatta dagli amici e dai pochi familiari veri che mi sono rimasti.

Voglia di cancellare il mio profilo su FB - Ci avete mai provato? Me lo aveva detto un amico e io non ci credevo. Se lo fai ti propongono dei messaggi un po' patetici neanche stessi abbandonando i tuoi figli. Non che non mi piaccia il social network dei social network, al contrario sono sempre stata piuttosto attiva ma, chissà perché, quando mi prendono gli attacchi di insofferenza per tutto e per tutti, la prima cosa che vorrei fare è spingere quel bottone per sempre. Questa cosa sarebbe da psicoanalizzare. O magari semplicemente da fare.

Voglia di champagne e pizza - Champagne? Sì, champagne. Con la pizza? Ora mi spiego. Prima di trasferirmi non capivo perché durante alcuni convivi locali si tendesse a ordinare spesso lo champagne. Credevo di essermi infilata in un nuovo livello o che gli amici di bisboccia tendessero, come direbbero a Bologna, a fare gli "sboroni". Però non si trattava di champagne noti, ma sempre di etichette "nobrand", quelle cose che senti che sono buone ma non sono poi così famose, almeno per i non intenditori. Vivendo a Parma ho già capito dove sta la questione. Parma ha tra le sue massime aspirazioni quella di essere vissuta come una piccola Parigi e quindi lo champagne è di uso comune. Lo vendono e servono ovunque, anche in latteria e appunto in pizzeria. Margherita e champagne. Buone etichette, cantine di nicchia, una roba chic e sfiziosa. Come fai a non farti venire voglia, per di più non più incinta?

Insomma siamo nella futilità, del resto se quella disgraziata di mamma cattiva non avesse avuto voglia di raperonzoli, la figlia non si sarebbe invischiata in quella strana e sofferta storia d'amore.

lunedì 16 agosto 2010

Dichiarazione d'amore

Foto di Stefano Monetti
Sono trascorsi più di 16 anni (!) da quel giorno in cui mi girai a guardare il cupolone e mi resi conto che stavo lasciando la mia città natale per una dimensione sconosciuta. Non scherzo quando dico che me ne resi conto solo in quel momento. Un attimo di ferma razionalità e stavo per raggiungere una casa nuova, lontana dalla mia famiglia e dai miei amici di sempre, insieme, tutto sommato, ad un semi-sconosciuto. Neo-laureata, neo-sposa, disoccupata, ignara di tutto quello che mi avrebbe aspettato.

"Ricordo il giorno del mio matrimonio,
l'abito bianco di seta ed organza,
fiori d'arancio intorno all'altare,
aspettavo il mio sposo con devozione." 

Flashback - Mi accompagnò mio fratello in chiesa con la sua macchina. Eravamo leggermente in anticipo e così decise di allungare il percorso. "Goditi Roma" mi disse. "Guarda se è bella".
Poi però cambiò discorso e mi disse: "Hai un'ultima possibilità. Basta che me lo dici e lo faccio. Ti porto in chiesa oppure all'aeroporto. Ti prendo un biglietto per un luogo qualsiasi e vado a spiegare io che non si fa più nulla". Rimasi di ghiaccio perché la risposta non arrivò di getto. Forse la sorpresa mista all'emozione, due minuti e dissi "ma no, dai, figurati". Eppure quando poi entrai in chiesa mi resi conto che erano tutti lì davanti alla mia promessa. Provai una stretta allo stomaco e quella non era emozione. Forse quello è stato l'unico momento di lungimiranza che non ho saputo cogliere perché la scelta era già stata fatta. "Che fai? Dici in quel momento a tutti che forse ti stai sbagliando?".

Back forward - Sedici anni dopo, lascio Bologna. Dio se ti ho amata. Ti ho amata talmente tanto che ti sono rimasta fedele anche quando potevo permettermi di lasciarti e ricominciare tutto altrove. E invece no. Sono rimasta. Sotto ai tuoi portici, con lo sguardo all'insù verso quei colori rosso aranciati dei muri e delle tegole dei palazzi del centro, nelle tue distanze a mia misura, nei locali goderecci dove le "minestre" non sono tristi pastine in brodo, ma goduriosi primi piatti impastati a mano.

Ho vissuto ogni angolo di Bologna. L'ho scandagliata nel primo anno di entrambi i figli, portandomeli nel marsupio e coprendo chilometri di depressione. Bologna è stata anche terapeutica perché nelle fughe a piedi mi rifugiavo nelle piazze, nelle chiese poco frequentate, tra le braccia delle amiche e degli amici acquisiti che ora sono parte di me.

Molti bolognesi hanno sempre commentato che conoscessi Bologna meglio di un locale. Ho imparato praticamente una nuova lingua. Non potrò mai dimenticare un "brisa" intercalato da un centralinista del mio primo posto di lavoro che mi lasciò interdetta, per scoprire poi che è un termine intraducibile, se non riconducendolo a un lontano "pas" francese: infili la parola e la frase assume il valore di una negazione.

Ci sono stati i tempi in cui mi gasavo nell'incontrare Dalla o Carboni per poi abituarmi e capire che mi abitavano vicino casa ed era normale, nulla di cui vantarsi. Morandi non era solo Gianni ma lo spirito di un vicino di casa nella mia prima dimora in Via Fondazza, un pittore, mica uno qualunque.

Bologna, Bulåggna in dialetto, era per me Parigi davanti alle vetrine di Tradii, Londra in Via San Felice, Praga negli itinerari labirintici dedicati ai misteri, le legende e le storie medievali, Venezia in Via delle Moline. Non mi mancava nulla a Bologna.

Nella vità però si deve avere il coraggio per i cambiamenti e con malinconia dico arrivederci alla mia Bologna, certa che mi apparterrà sempre, il contenitore e il contenuto.

Dedico questo post alla mia amica Nat.

lunedì 19 luglio 2010

Noi li amiamo e li leghiamo


Rompo il mio silenzio per una causa importante.

Ho inseguito il mio ospite speciale per giorni, tampinandolo e minacciandolo di togliergli la parola in caso non avesse collaborato e oggi finalmente riporto l'intervista, strappata durante un viaggio in macchina verso il mare, con i bambini senza seggiolini e senza cintura di sicurezza.
Noi sì, la cintura la mettiamo sempre, ormai è un gesto automatico, che se non la mettiamo ci sentiamo nudi, ma a loro no, perché... erano già al mare con i nonni che, superoi, stanno vegliando la loro estate bollente.

Vorrei precisare una cosa. Qui non vogliamo fare scena. Non siamo a "I Fatti Vostri" ma nella vita vera.

 MC: Ciao Doc! Finalmente ospite pubblico del mio blog. Oggi parliamo di sicurezza dei bambini in viaggio. Supportiamo la campagna promossa da Genitori Crescono, Vere Mamme e Farmacia Serra Genova e sensibilizziamo le famiglie ad essere coscienti che spesso per evitare il peggio bastano poche regole di prevenzione.
Doc, tu sei un medico pediatra e specificatamente sei un neonatologo. In cosa consiste il tuo lavoro?

Doc: Ciao MC. Impossibile resisterti. Soprattutto alle tue minacce. :-)
Il mio lavoro consiste nella gestione dei neonati dalle ventiquattro settimane al mese di vita. In rari ed eccezionali casi fino ai sei mesi di vita.

MC: Chiaro. Ed oggi che contributo puoi dare per spiegare alle persone le conseguenze del non rispetto delle regole di sicurezza previste per i bambini? Ti capita cioè di gestire le conseguenze di incidenti stradali?

Doc: In effetti sono almeno dieci anni che non opero direttamente nel Pronto Soccorso Pediatrico e in Terapia Intensiva Neonatale non è previsto il nostro intervento ma, se serve, capita che il reparto di Pediatria mi chiami per effettuare delle ecografie cerebrali.

MC: Ci sono casi che vuoi raccontarci?

Doc: Casi recenti, sì. Ricordo un bimbo di circa quattro mesi. I genitori lo avevano legato al seggiolino ma non avevano fissato il seggiolino al sedile. E' capitato l'incidente e il bambino è volato fuori dal finestrino, spaccando il vetro, con tutto il seggiolino dietro. Il bambino è stato recuperato a distanza di qualche metro e ha subito un trauma cranico con piccole emorragie. Poteva andare peggio.

MC: In effetti sarebbe bastato legare correttamente il seggiolino. Altri casi?

Doc: Un altro bimbo di qualche mese sedeva nel sedile posteriore in braccio alla mamma. La macchina è stata tamponata e il bambino è finito schiacciato tra la mamma e il sedile. Le conseguenze sono state molto gravi: due fratture craniche che hanno portato, a causa delle emorragie interne, a danni irreversibili sul versante motorio.

MC: Non voglio pensarci. Sarebbe bastato metterlo correttamente nel seggiolino e la mamma sedersi accanto, se proprio non voleva lasciarlo solo.

Doc: In effetti, a dirla tutta, nei primi mesi di vita i genitori tendono ad essere più attenti e ligi alle regole. I neonati sono molto più passivi, ci sono attrezzature dedicate ai primissimi mesi, la navicella e poi l'ovetto, ma è quando il bambino inizia a manifestare più rumorosamente il suo volere e quando l'uso del seggiolino si fa più misterioso e opinabile che i genitori abbassano la guardia. E' in quel momento che i rischi aumentano. La presunta volontà di un bambino piccolo non può prevalere sul tema della salvaguardia della sua salute e della sua vita.

MC: Grazie Doc. Devo dire che le tue parole mi suggeriscono sempre una direzione da prendere. Vuoi aggiungere qualcosa prima di salutare i nostri lettori?

Doc: Mi ha fatto piacere portare la mia testimonianza e per chiudere, anche se off topic, vorrei anche lanciare un altro spunto di riflessione: trovo agghiacciante come nell'ultimo periodo aumentino i casi di maltrattamento dei neonati. Sarebbe buona cosa portare l'attenzione anche su questo. So che molte di voi già lo fanno ma è bene parlarne e non dimenticarselo.

Buone vacanze IN SICUREZZA a tutti.

giovedì 24 giugno 2010

Mode: Play ma poi di nuovo Pause



Tempo fa me la dedicò Flavia e stasera la recupero volentieri e sottolineo, come quando leggo un libro con la matita in mano e scavo e faccio i buchi con la punta. E passo la staffetta a Paola, perché, sempre dalla voce di Jack Folla:

"Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano il muro è il principio di un'evasione"

Donne in rinascita [Diego Cugia]

Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta.
Che uno dice: è finita!
No, finita mai, per una donna.
Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai
se sei all'altezza o se ti devi condannare.

Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai.
E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo;
che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s'infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.
Sei stanca: c'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto.
Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.
Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre:
"Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così".

E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natale e Pasqua.
In quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima;

ed è passato tanto tempo, e ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui e so che c'è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento.
Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine.
Ed è stata crisi. E hai pianto.
Dio quanto piangete!
Avete una sorgente d'acqua nello stomaco.
Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino.
Così, improvvisamente.
Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato.
Quanto parlate, ragazze! Lacrime e parole.
Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore.
"Perché faccio così?
Com'è che ripeto sempre lo stesso schema?
Sono forse pazza?"
Se lo sono chiesto tutte.
E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli.
Un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?
E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai.
Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova TE.
Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa.
Non puoi più essere quella di prima.
Prima della ruspa.

Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.
Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel.
Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va, va in corsa. E' un'avventura, ricostruire se stesse. La più grande.
Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli.
Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo.
Perché tutti devono capire e vedere:
"Attenti: il cantiere è aperto. Stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse".
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia.
Per chi la incontra e per se stessa.
E' la primavera a novembre. Quando meno te l'aspetti.


[Podcast di Fabio Volo]

Mode : Pause



Sono in pausa di riflessione, senza sapere a cosa porterà. Ci sono cose che sei obbligato a fare, altre anche no.

domenica 13 giugno 2010

Conversazioni mimetiche

"MC, che bella questa maglietta!"
"Sì, Leo, è carina."
"MC, è una maglietta da caccia."
"Bè, sì, volendo…è anche una maglietta da soldato."
"Nooooo, è una maglietta da caccia e mi piace molto."
"Ok. Ma Leo cosa significa una maglietta da caccia?
"…è la maglietta del cacciato(r)e quello che uccide il lep(r)ottino…" (ndr relazione suggerita da "Aiuto, aiuto per carità, un cacciatore, mi vuol sparar. Vieni vieni leprottino, dammi la tua man", Là nel bosco c'è una casetta)

"Sì, il cacciatore è quello che uccide gli animali. Ma ti piace che il cacciatore uccida gli animali?"
"No, non mi piace...Ma, MC, ma pe(r)ché questa è una maglietta da caccia?"
"Come perché, l'hai detto tu che questa è una maglietta da caccia…comunque è il suo colore, è una maglietta mimetica."

"MI-ME-TI-CA…cioè?"
"Mimetica, chi si mimetizza. Hai presente il libro del camaleonte? Cosa faceva il camaleonte?"
"Cambiava colo(r)e?"
"E perché lo faceva?"
"Per difende(r)si dagli alt(r)i."
"Ecco. Precisamente. La stessa cosa fanno i cacciatori o i soldati per nascondersi tra le foglie del bosco e non farsi vedere."
"Ho capito…"


"Sai però che potresti fare il cacciatore anche senza ucciderli, gli animali?"
"E come MC?"

"Invece di un fucile potresti prendere una macchina fotografica e provare a fare loro delle foto senza farti vedere. Allora potresti usare lo stesso la tua maglietta"
"Ma tu vieni con me?"

"Certo tesoro. A fare foto sicuramente e a viaggiare vengo dove vuoi. E con una maglietta blu andiamo a vedere le balene".

Per un amante degli animali questa conversazione fa buchi da tutte le parti ma almeno sono riuscita a togliere l'attenzione dalle armi. Quello era il mio scopo.
E adesso venite a dirmi che sono meglio gli "ue, ue" dei neonati.

domenica 6 giugno 2010

Quello che gli invidiosi non dicono

Se c'è un buon esercizio per capire i propri limiti è quello di affrontarli, viverli in prima persona e magari prenderli per le corna: per capire se questi limiti sono reali o solo immaginati. E una domanda che spesso mi pongo è "ma io sono una persona invidiosa?" Una di quelle che sentono lo stomaco rattrappirsi quando osservano una persona che ha di più o magari è di più? Trovo umano chiederselo prima ancora di dichiarare con estrema sicurezza "io sono incapace di provare il sentimento dell'invidia". Diciamo che tendo a diffidare di chi dichiara con clamore il proprio "io mai".

Mettermi alla prova significa quindi espormi di fronte a chi apparentemente sembra aver realizzato più desideri dei miei. Mi ci tuffo e mi ascolto.
I risultati sono variabili. Ci sono stati momenti particolarmente fragili in cui ho desiderato intensamente essere nei panni di qualcun altro, tutto fuorché me stessa e più che di invidia parlerei di desiderio di fuga, tale da scegliere di essere un altro invece che scappare in un altro luogo. Quando invece sto bene con me stessa l'esperimento non solo mi fortifica ma mi fa godere del successo dell'altro.

E' il caso ultimo provato con un'amica (così mi piace pensare che sia) e culminato nella lettura di Quello che le mamme non dicono di Chiara C. Santamaria, per la blogosfera Wonderland.

Seguo Chiara da tanto tempo e ho sempre fatto il tifo per lei. Scelsi di leggere e seguire il suo blog  Machedavvero per lo stesso motivo per cui nei momenti di "allergia" alla maternità decisi di schivare tutti i forum di mamme, i libri seri di pedagogia e le persone che si prendevano troppo sul serio. Mi bastavo io per quello. Un motivo molto semplice: Wonder mi faceva morire dal ridere. Eppure nel tempo ho scoperto che sa essere anche terribilmente seria: nella pittura di certe situazioni vere e concrete della vita quotidiana di una mamma, nell'esternazione di sentimenti spinosi da riconoscere. E poi ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente, prima che si svelasse con il lancio del suo primo libro e la cosa più sorprendente è stata la dolcezza della sua timidezza, così spiazzante rispetto alla sfrontatezza delle parole scritte. Pensi che abbia una ghost writer, una doppia personalità e invece è solo una delle sue dimensioni. L'unica cosa che non mi ha sorpreso è la sua bellezza, quella te l'aspetti e quella arriva come te la immaginavi.

Il libro lo puoi leggere in tempi brevi ma io l'ho dovuto fare nel mio tempo rubato alle ventiquattro ore troppo piene. E' scritto molto bene. Non butterei una sola riga e raggiunge il suo vero significato alla fine. Alla fine ho capito molte cose di Chiara e anche di me. Ho capito quanto fossimo simili nonostante ci separino diversi anni. Leitmotif della sua storia sembra essere proprio l'età come se quella fosse la colpa, tutta la colpa delle sue vicissitudini. Io invece penso che non sia una questione di età, perché io i miei figli li ho avuti oltre i 35, li ho anche cercati ma ho provato, provo gli stessi scossoni, dubbi e rimpianti. Il libro mi ha riportato a quei giorni, comici e tragici allo stesso tempo, alla mia solitudine, alla mia ricerca dell'istinto materno, al mio costante ripensare a quello che avevo prima: la libertà di essere egoista. Lo dico senza vergogna. Ho riso ma ho anche pianto perché mi ci sono identificata.

Ieri ho rivisto Chiara al Momcamp a Milano dove siamo state tutte prese da brevi contatti e rara intensità, se non alla fine, proprio come nel libro. Quando il sipario doveva scendere abbiamo iniziato a parlare delle cose più importanti e di quelle che ci interessano di più. In quel momento, Chiara mi ha raggiunta, si è seduta accanto a me e con i suoi occhi liquidi mi ha chiesto se si sarebbe dovuta arrendere, se per avere il tempo di stare insieme a Viola avrebbe dovuto rinunciare a rincorrere il suo desiderio di un lavoro appagante, che ti riempie le giornate e ti fa vedere persone stimolanti. Le avrei voluto rispondere e parlare per altre due ore e invece ho accrocchiato due parole in croce, scossa dalla mia incapacità a trovare risposte ai miei stessi dubbi.
Perché rispondere non è per niente semplice, perché non c'è una sola risposta. Perché non c'è una risposta definitiva. Stasera le risponderei di continuare così, di rimettersi in gioco oltre ogni limite perché con sua figlia sta facendo un lavoro grandioso e che realizzare i propri sogni rende felici anche i nostri figli. Che c'è sempre tempo per ridimensionare le cose, per accorgersi che si sta esagerando e per farsi aiutare, a turno, da tutti coloro che hanno responsabilità nella vita della tua famiglia. Sono convinta che non dobbiamo mai arrenderci e dobbiamo imparare ad interpretare i suggerimenti alle prossime mosse.

sabato 15 maggio 2010

Per non dimenticare


Pubblico questo post a distanza di qualche settimana dall'intervista al ministro Gelmini. Per non dimenticare e sottolineare quello di cui non ha parlato.

Ho iniziato il congedo obbligatorio per Leo alle fine dell'ottavo mese di gravidanza e sono rientrata a lavoro ai suoi sette: cinque mesi di obbligatoria (!) e tre di facoltativa. Avevo un lavoro di responsabilità ma non ero un manager di alto livello. Sarebbe bastato un vento contrario e in azienda, dove lavoravo da sette anni, mi avrebbero potuto mettere in un cantuccio e convincermi a cambiare priorità. Sono stata fortunata, l'azienda si è comportata bene. Leo è stato seguito sette ore al giorno da una baby sitter, assunta e retribuita in regola, fino ai suoi dodici mesi, tempo in cui potevo contare sul part-time. Dai dodici ai quindici mesi le sette ore sono diventate 10. Ai quindici mesi abbiamo inserito Leo in un nido privato, 450 euro al mese, dalle 7.30 alle 13.30. Dalle 13.30 alle 18.00 con la baby sitter. Ai due anni Leo è riuscito a entrare in un nido comunale part-time dalle 7.30 alle 13.30. Una situazione curiosa perché nessuno mi toglie dalla testa che sono riuscita ad avere quel posto perché le famiglie che non hanno una copertura nel resto della giornata non possono permettersi di mettere nella lista di scelta un nido part-time. Tant'è che in quel nido la maggior parte delle famiglie non avevano grossi problemi economici. Neanche un extra-comunitario. Guarda caso. Il resto di nuovo baby sitter.
Con Picca il congedo obbligatorio è partito alle fine del settimo mese perché ho avuto una minaccia di distacco della placenta, se no avrei proseguito fino alla fine dell'ottavo. Si usa dire "meglio averli dopo che prima". Sono rientrata al lavoro ai suoi sei mesi. Cinque mesi di obbligatoria (!) e tre di facoltativa. Il lavoro era lo stesso. Il caso ha voluto che il mio capo fosse anche lei in maternità e quindi tornando sono stata incaricata di parte del suo lavoro. Dal punto di vista dei contenuti quindi l'azienda, al rientro della maternità mi ha premiata. In quel periodo anche Picca è stata seguita dalla baby sitter sette ore al giorno, fino ai suoi dodici mesi. Ai dodiici mesi abbiamo inserito Picca in un nido privato, 480 euro al mese, dalle 7.30 alle 13.30. Dalle 13.30 alle 18.00 con la baby sitter. Ai due anni anche Picca è riuscita a entrare nello stesso nido comunale part-time dalle 7.30 alle 13.30, con la stessa logica. Il resto seguiti entrambi dalla baby sitter.
In quel periodo la nostra baby sitter rimase incinta e grazie al fatto che fosse assunta regolarmente ha potuto godere dei diritti che le spettavano, compresa l'anticipazione del congedo per lavoro pesante (non mi sarei mai perdonata di mettere a rischio la sua gravidanza per seguire i mie due figli).

Non voglio farmi dire brava. Se lo pensate o me lo dite non avete capito nulla. Voglio solo testimoniare i noiosi dettagli perché secondo i crismi del ministro Gelmini io dovrei fare parte delle donne "privilegiate", quelle che come lei dovrebbero rientrare prima al lavoro, alla faccia delle leggi (tutti abbiamo notato questo aspetto ma non ho ancora capito come questo sia stato possibile), quelle che dovrebbero dare il buon esempio alle donne "normali". Ma io non mi ritrovo in questo tipi di privilegi né in altri tipi di normalità. Tutto è relativo e nessuno di noi è normale. Ed è grazie a queste contrapposizioni stereotipate che magari tendiamo a giudicarci, l'una contro l'altra, invece di allearci a favore dei diritti della famiglia.

Mai ho pensato che sarei dovuta rientrare prima, mai ho pensato che si dovessero mettere in discussione le leggi esistenti se non in termini migliorativi, attivando opportunità più decise per i padri, per esempio.
Ho camminato sui miei carboni ardenti barcamenandomi nelle mie opportunità, con un atteggiamento prudente e rispettoso di tutte quelle numerose famiglie che non hanno la possibilità di rientrare nel regime che dovrebbe di diritto spettare a tutti. La famiglia non può essere vissuta come un sacrificio. Al contrario rappresenta il veicolo di continuità della ricchezza umana e se non la salvaguardiamo, sosteniamo attraverso leggi che garantiscano i suoi diritti ci troveremo presto individui in solitudine senza alcuna prospettiva di crescita, di evoluzione.

Ho letto e commentato quell'intervista con un profondo senso di amarezza. Mi sono unita al coro delle numerose testimonianze in rete e non.
Ha ragione la mia amica A. quando dice che in questo paese non c'è la possibilità di realizzare la conciliazione tra famiglia e lavoro. Ti devi solo destreggiare quotidianamente e sopravvivere, provare a cambiare piccole cose, trovare il tuo equilibrio.  Non c'è modo di fare bene entrambe le cose. Se per scelta o necessità fai le due cose, non sarai mai la migliore nell'una e nell'altra. E per questo avremo sempre qualcosa da ridirci, ci sarà sempre qualcuno in grado di dirti cosa è meglio.
Ha ragione la mia amica Ondaluna quando si sente nello sconforto a crescere sua figlia in un campo vitale di questo genere. Ha ragione quando dice che siamo responsabili solo di fronte a noi stessi delle scelte che facciamo per la nostra famiglia.

venerdì 7 maggio 2010

Uomini, persone

 [Img Taken by Mamma Cattiva in Austria]

Oggi non vi parlerò del doc o di mio padre o di mio fratello o di un ex. Oggi voglio parlare di tutti quegli uomini che, anonimi o meno, ma reali, mi capita di osservare o ascoltare nei mie percorsi quotidiani: amici, colleghi, collaboratori, passanti, blogger, commentatori, vicini di social network.

Fotografo con gli occhi una modalità di agire, ascolto esporre un loro pensiero o raccontare un'azione a caso quotidiana, origlio una loro conversazione privata al telefono e mi rendo conto di quanto sono diversi dagli uomini che calzano banalmente  il cappello da "uomo". Sono uomini lontani mille miglia da quelli che devono per forza essere arroganti, un po' macho, poco femminili, omofobi, della serie "l'omo pe' esse omo ha da puzzà". Ho sempre detestato quel genere di stereotipo. Non mi piacciono gli uomini aggressivi, quelli che per ottenere l'attenzione devono picchiare, anche solo in senso lato, quelli che un po' di volgarità gratuita fa chic, quelli che la famiglia viene dopo il lavoro e il potere. Non mi piace l'uomo che mette sempre un opportunistico confine tra lui e il mondo che, per analogo stereotipo, dovrebbe appartenere esclusivamente alla donna.

Poi passano per caso questi altri che mi dimostrano questa grande cazzata che gli uomini sono tutti uguali. Ci sono uomini che quando si rivolgono alla loro donna chiudono il resto del mondo al loro esterno, in generale tendono ad ascoltare una persona alla volta, staccano il cellulare quando giocano con i loro figli. Sono uomini che se mi sentono parlare di parità di condizioni, anche per i padri lavoratori, si fermano ad ascoltarmi e li vedo assentire e non alzare gli occhi al cielo come per dire "eccone un'altra di donna rompiballe". Ci sono uomini che mi confessano che vogliono rallentare, che non hanno più il tempo per fare le cose che li fanno stare bene, che hanno voglia di tornare a casa. Ci sono uomini appassionati di cibo, ma anche no, che fanno sedere i loro amici e improvvisano una cena senza presunzione, anche lì per dimostrare chi ce l'ha più duro. Ma ci sono anche quelli che non si limitano ad improvvisare per eccezione ma, semplicemente, lo fanno tutti i giorni. Ci sono quelli che si sporcano le mani della cacca dei loro bimbi, che si prendono i giorni di ferie che gli spettano quando la moglie partorisce e magari anche qualcosa di più.

Ci sono uomini che come le donne sono persone.