giovedì 31 gennaio 2013

Liberiamo una ricetta [Falafel]

Pochi preamboli e diritti all'obiettivo, Mamma Cattiva riparte, anzi meglio dire che ritorna dal suo viaggio e ha deciso di farlo per una bellissima iniziativa: Liberiamo una ricetta, edizione 2013.

La ricetta che voglio liberare mi ricorda quelle sere in cui ho voglia di cibo etnico. Quando abitavo a Bologna andavo in zona universitaria, in via centotrecento, dove preparavano ottimo cibo palestinese e dove ho scoperto, non so più quanti anni fa, i falafel.

Questa la ricetta:
500 gr di fave crude (io ho usato quelle secche, lasciate in ammollo durante la notte)
1 cipolla
1 limone spremuto
1 cucchiaio colmo di prezzemolo
basilico
pizzico di sesamo
pizzico di cumino (io non lo uso perché non mi piace)
2 cucchiai e 1/2 di farina
1 spicchio di aglio
1 pizzico di lievito per torte salate
sale q.b.
farina per infarinare
olio per friggere

Procedimento: frullare le fave crude con tutti gli ingredienti tranne farina e lievito. Amalgamare poi la farina fino ad ottenere una certa consistenza. Lasciare riposare per mezz'ora. Verificare la consistenza. Aggiungere il lievito. Fare le polpette e lasciare riposare mezz'ora in frigo. Infarinare e friggere.

Sono ottime servite con pane arabo, insalatina e pomodori.

Ma non è tutto. Questo momento di festa e di condivisione  è diventato anche un momento di solidarietà. Siamo stati infatti invitati a donare l'equivalente della spesa per il piatto a sostegno della mensa per i rifugiati gestita dal Centro Astalli di Roma. In questo modo inviteremo a tavola con noi, virtualmente, anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero.

Non è affatto casuale la decisione di ricominciare a scrivere in questa occasione. Il motivo sta dietro a una parola che mi ha insegnato Chiara Peri, in uno dei tanti messaggi di sostegno che mi ha mandato in alcuni momenti bui del mio percorso di ricerca. La parola magica è "resilienza", dal latino resiliens, utilizzata in vari contesti per esprimere genericamente la capacità di affrontare e superare le avversità.

Chiara però me l'ha passata nell'ambito del suo lavoro con i rifugiati, dove ha riscoperto la sua fiducia nella capacità di recupero. Non significava banalmente "guardare chi sta peggio" (alzi la mano chi ci crede) bensì capire in prima persona che la reazione ai traumi "non è necessariamente quella che ci aspettiamo e che prevederemmo". Chiara mi ha raccontato il conforto ricevuto davanti alle facce di tanta gente qualsiasi che ce l'ha fatta, uscita da situazioni che schianterebbero chiunque. "Senza essere eroi, senza aiuti particolari". Sembra che alcuni le abbiano proprio raccontato che "a un certo punto capita che ne sei fuori, che la vita è andata avanti e non sai neanche bene come".

E per lei anche io avrei raggiunto quel momento. Non si sbagliava.
Le persone resilienti sono persone ottimiste, che trasformano un ostacolo in una opportunità di crescita e cambiamento. Sono persone estremamente creative che si guardano sempre in avanti. La paura diventa energia. Gli ostacoli dettagli di un disegno che sapremo leggere solo qualche passo più avanti.

Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web



mercoledì 27 aprile 2011

In viaggio

Siamo in viaggio. Non importa la destinazione. L'importante è muoversi.
From Etsy via vol25

lunedì 11 aprile 2011

Il punto di arrivo e di non ritorno

Un'amica mi chiede un consiglio.

Immagina che qualcuno ti dica di imboccare un'autostrada, un percorso che conosci a menadito, che non segui da qualche tempo ma che conosci molto bene; nel frattempo qualcuno ci avrà costruito dei nuovi ponti, risistemato l'asfalto, tagliato qualche albero ma quell'autostrada riusciresti a farla ad occhi chiusi perché per un lungo periodo l'hai attraversata avanti e indietro a passo d'uomo a volte, oltre i limiti di velocità altre.


Sul percorso dovrai per forza fermarti alle stazioni di servizio e fare il pieno di benzina o la macchina che ti porta necessariamente si fermerà; non ci sono ancora alternative alla benzina: puzza, inquina e costa un sacco di soldi ma fin quando non avrai una macchina elettrica o una bicicletta in grado di portarti fuori pista non hai alternative. Ti daranno dell'anti-ambientalista, del pigro e del conformista, etichette da cui da tempo vorresti affrancarti.


Per un tempo non definito, perché non ti è dato modo di saperlo, non sarà un percorso a una direzione, andrai avanti e probabilmente imboccherai delle uscite sbagliate, tornerai indietro per ritrovare l'ingresso nella direzione opposta e via di nuovo. Troverai lavori in corso, traffico, incidenti, code, il deserto della notte, il caldo dell'estate. Il costo dei pedaggi e della benzina sarà molto alto.


Sai benissimo cosa troverai alla fine dell'autostrada, conosci bene anche quel punto di destinazione. Proverai una sensazione di onnipotenza, di avercela fatta, troverai persone che ti daranno una bella pacca sulla spalla e magari ti diranno che sono fieri di te. E' un luogo però in cui hai una sola certezza: sarai da solo. Persone (i tuoi figli oppure la persona che ami, oppure i tuoi genitori, il tuo migliore amico, fai tu), sogni e progetti che erano con te nel punto di partenza non ci saranno più. Sono persone che ami infinitamente e sogni a cui tenevi tantissimo, ma che non intendono ritrovarsi all'appuntamento del punto di arrivo. Tu sei lì che guardi avanti e loro rimangono indietro. Nel loro sguardo c'è solo il desiderio che tu parta, nessuna parola sul fatto che ci saranno. Non ci saranno.


Ma se sai che devi arrivare a una destinazione in cui la cosa a cui più tieni non ci sarà, tu partiresti?

martedì 5 aprile 2011

Riconciliazioni

Prima di diventare genitori si è solo figli e come figlio hai solo il ricordo e il vissuto sulla pelle della relazione con i tuoi genitori.

Tipicamente quando poi diventi genitore, madre perché sto parlando di me, si ritrova un filo di ricongiungimento con la propria di madre e si capiscono sentimenti, fatiche, severità e desideri trasposti. Non nego di aver capito mia madre molto più da madre che da figlia ma riconosco anche di averla portata al suo posto, al mio livello rendendola più umana e quindi, in questo senso, più comprensibile.

Eppure la conseguenza più inaspettata, vissuta nel mio divenire ed essere genitore, è stata e continua ad essere la comprensione di mio padre.

Ho sempre saputo di essere molto simile a mio padre, soprattutto nei difetti, e questo ha spesso generato un conflitto di interessi. Se c'è una cosa che in questi anni ho realizzato è che quando una persona ti risulta particolarmente indigesta è perché, il più delle volte, ti somiglia piuttosto che sembrarti diversa. Le persone che più ci disturbano sono spesso proprio quelle in cui ritroviamo i nostri limiti, i nostri spigoli e specchiarvisi non può che recare disturbo.

Da figlia riflettermi in mio padre è stato frustrante, mentre da madre è diventato un momento di riconciliazione. Prima non capivo il sentimento forte e devastante di gelosia che lo portava a non accettare l'amore assoluto di mia madre nei confronti di noi figli, oggi mi ci immedesimo quando vedo che i miei figli hanno priorità su tutto e invece che unirci come coppia ci allontanano. La coppia passa in secondo piano, in certi casi si annulla. Si amano sempre e troppo i figli rispetto a chi quei figli li ha desiderati e generati.

Oggi capisco molto di più l'amore relativo, offeso di mio padre che quello assoluto e superbo di mia madre, quasi mi sembra che avesse più senso di quello senza condizioni per individui che a un certo punto devono affrancarsi da te e prendere la loro strada.

Ideale credere che in futuro ci sarà una famiglia, auspicabile che resti la coppia.

Link di approfondimento:
Quando il progetto fallisce
Gestire i conflitti di coppia

domenica 3 aprile 2011

Dipendenze - Parte seconda

Solo per dire che non ci sarà una seconda parte. Mi è e ci è bastata la prima.

martedì 29 marzo 2011

Motori Ruggenti

 
Ecco, ci siamo... Concentrati... Velocità, sono pura velocità. Un vincitore, 42 perdenti: i perdenti io me li mangio a colazione. Colazione? Forse avrei dovuto fare colazione, ora mi sentirei meglio... No no no, resta concentrato... Velocità... Sono rapido. Più che rapido, sono una saetta! (Saetta McQueen- Cars)
Chi parla non è MC, ma quando inizio a vedere questo film con i miei bambini, davanti a una ciotola di pop-corn, mi piace ascoltare queste parole di auto-motivazione che Saetta McQueen si racconta prima di iniziare la gara. Mi sembra di ascoltare quello che non sono, una persona poco competitiva che non ama dividere il mondo tra vincenti e perdenti. Eppure mi piacciono le sfide e mi piace farcela, ma contro me stessa e non contro degli avversari. Tutto questo suona molto buonista (io che sono una Mamma Cattiva) ma la mia vita racconta questo e non posso negarlo.

È un periodo in cui mi interrogo molto sul mio reale grado di competitività. Mi sforzo di tirare fuori un po' più di grinta e di energia anche con l'intento di trasmetterlo a Leo e Picca.

"Non ci riesco" dice Leo, "non ci (r)iesco" dice Picca.
"In questa casa le parole non ci riesco non esistono" risponde MC.
"Esistono delle parole magiche che hanno il potere di far riuscire le cose".
"Dimmi, MC, dimmi, quali sono queste parole magiche?".
"Ci provo" dice MC.
"Ci p(r)ovo" scimmiotta Picca.

Facciamo una prova. Leo la mattina non riesce ad allacciarsi i pantaloni.

"Non ci riesco" dice Leo.
"In questa casa le parole non ci riesco non esistono" risponde MC.
"Esistono delle parole magiche che hanno il potere di far riuscire le cose".
"Dimmi, MC, dimmi, quali sono queste parole magiche?", chiede Leo.
"Ci provo" dice MC.
"Ci p(r)ovo" scimmiotta Picca.
"CI PROVO" grida Leo e tre secondi dopo il bottone scivola nell'asola.
"Vedi? E' una parola magica. Se poi capiterà che non funzioni insisti e se proprio non funziona, mi vieni vicino e mi chiedi aiuto. Solo dopo aver provato la parola magica. Puoi anche dirla piano piano, senza che nessuno ti senta, "a bassa voce". In quel caso funziona meglio."

Siamo tornati dalla nostra prima settimana bianca tutti insieme.

Dopo ben venti anni ho rimesso gli sci ai piedi, io che ho iniziato da grande (se a 17 anni ci si può definire grandi), io che le prime volte recriminavo i miei genitori per non avermi messo su un paio di sci da piccola, quando non si conosce la paura, io che ce l'ho messa tutta per recuperare un po' di padronanza. Poi ho di nuovo smesso. Non so proprio perché. I fatti della vita.
E dopo venti anni è stato come rimontare su una bicicletta. Via giù per i pendii innevati.

Con Leo e Picca ho deciso di dare loro l'opportunità di scegliere. In questo momento sono io che li conduco. Più avanti decideranno loro cosa farne. Ma almeno potranno scegliere.

Il bilancio di questa prima esperienza è stato positivo. Si sono divertiti, hanno preso confidenza. Durante l'orario del corso, ogni tanto andavo a sbirciarli ma nascondendomi perché non volevo condizionarli e mi venivano le lacrime agli occhi. Hanno fatto la "gara" di fine corso senza neanche capire cosa fosse una gara. Leo ha detto di essere sceso piano perché ha sentito Picca dirgli di andare piano. Io mi sono resa conto di non aver spiegato loro cosa è una gara mentre scendevano.

Da lontano, ne sono certa, sentivo Leo e Picca sussurrare "a bassa voce": ci p(r)ovo.

[1 aprile 2011] Aggiornamento del post: Ieri mattina, solita scenetta ma gestita dal doc, i bambini che devono vestirsi per andare a scuola e Leo e Picca che dichiarano l'ennesimo "Non ci riesco". Io intercetto lo sguardo di Leo e al mio occhietto lui dice prontamente "ci provo". Il doc scatta e dice "No, ci provo, ci riesco e basta!" Della serie "andiamo dritti all'obiettivo". Secondo me il doc ce l'aveva con me. ;)

domenica 6 febbraio 2011

Dipendenze - parte prima

Alberto Cottignoli
Quando mi trovai nel mezzo del mio inferno ci si trovò dentro anche il Doc. Per un po' resse, è sempre stato un po' votato a salvare le vite, ma poi crollò e proprio quando sembrava che mi reggessi con le mie gambe decise di abbandonare il campo. "Me ne vado. Te la devi cavare da sola."
Non disse così ma quella era la sostanza.

All'epoca i miei risultati li ottenevo con l'aiuto contemporaneo di una psicologa, di buone dosi di psicofarmaci e della mia psiche. Perché "aiutati che dio ti aiuta".
La mia psicologa è stata eccezionale. Non c'è giorno in cui non pensi che mi abbia salvata la vita. Sento intorno a me diverse storie molto deludenti di psicoterapia: professionisti muti, inconsistenti e poco efficaci. Percorsi interminabili che non arrivano mai all'affrancamento. Indubbiamente ci sono altrettante storie di successo. Lei mi prese tra le sue braccia, in senso lato, mi fece accomodare davanti a se e sempre guardandomi negli occhi mi fece sviscerare tutto ciò che mi impediva di brillare di luce mia, parlando molto anche lei, suggerendomi letture e riflessioni e poi arrivò il giorno, dopo tre anni, in cui io stessa capii che potevo salutarla e procedere da sola.
Per scherzare racconto sempre che quel giorno capitò quando lei spese la nostra ora e mezza a convincermi che dovevo comprarmi un gatto. In quel momento le dissi "senti io vado".  :)

Mi ha messo nelle mani e nella testa degli strumenti dal valore incommensurabile che mi sarebbero stati imprevedibilmente utili anche dopo, per Leo e per Picca.
Un concetto chiave su cui abbiamo lavorato tanto è stato il concetto di dipendenza.
L'ambito principale in cui questa professionista opera è quello dei Sert per cui è quotidianamente immersa nelle problematiche legate alle tossicodipendenze. Mi chiedevo sempre se non mi percepisse, abituata a gente molto più disgraziata di me, come l'ennesima bambina viziata che si rifugia nella depressione e nei disturbi dell'alimentazione per gridare al mondo di essere ascoltata. Ma era una mia percezione perché dal primo all'ultimo giorno mi ha curata come la prima delle sue pazienti.

Partiva dal presupposto che tutti dipendiamo da qualcosa. Inutile accanirsi su questa certezza. Che lo si voglia o no, tutti sottostiamo a una dipendenza. Prima lo riconosciamo e meglio è per tutti. La differenza sta nella scelta della cosa da cui dipendere. Perché dipendere genera conseguenze costruttive o distruttive.
In quel percorso in parte ero caduta nella tentazione di dipendere dal Doc, come del resto prima avevo deciso di dipendere da qualcun altro che mi portasse via da quella che vivevo come una gabbia. In sostanza io dipendevo da qualcuno che potesse cambiare la mia vita, che le desse la forma che volevo e non solo non capivo che dovevo essere io a prendere le redini e che la cosa fosse possibile, ma che le persone caricate di questa responsabilità si sarebbero presto stancate e avrebbero scelto un'altra strada. Le persone quando si stancano possono decidere di fare due cose: andarsene oppure restare ma per obbligo. Non c'è scampo. E quando decidono di andarsene fanno bene.

Quando argomento questo passaggio molti mi dicono, sempre fraintendendo, che non c'è nulla di male a dipendere da qualcuno, che quello è l'amore. No. Sono irremovibile. Quello non è amore. È un peso disumano. Chiunque, anche una madre, un padre e un figlio possono stancarsi di questo.

Da allora quindi lavorai intensamente sull'autodeterminazione. Feci scelte misurabili concretamente, tipo andare a vivere da sola o partire per il Nepal senza conoscere nessuno dei compagni di viaggio, ma per di più si trattò di adottare contromisure intangibili. Fu dura.

Insieme alla psicologa c'erano anche gli psicofarmaci. Inizialmente non potei neanche esprimermi in merito. Me li iniettavano e basta poi però proseguii con la personale giustificazione che come chi si frattura una gamba prende antidolorifici e fa fisioterapia allo stesso modo io dovessi sottopormi a un trattamento analogo dedicato alla rottura della psiche. Tutto andò per il meglio, arrivò anche il giorno dell'addio alla dipendenza dalle pillole, anche grazie alla terza gamba, la mia psiche appunto che si impegnò molto e trovò molte risposte. 

Il resto è storia.

Questo post è diventato molto lungo ma è per me molto importante e c'è un seguito. Lo pubblicherò fra qualche giorno. Come nella migliore delle tradizioni. Questa però non è una soap opera.

domenica 30 gennaio 2011

Il valore della vergogna

Marta Czok
Il giorno che capii fin dal profondo delle mie viscere di aver fatto una scelta sbagliata, una scelta che coinvolgeva la vita di una persona e il suo futuro, sprofondai nella vergogna, una vergogna così nera e totale che pensai che l'unico modo per uscirne fosse morire. Prendo le cose sempre molto seriamente e l'avergli detto "finché morte non ci separi" davanti a un capo della chiesa e magari anche davanti a Dio, alle istituzioni, ai miei genitori, a suo padre, a parenti ed amici mi sembrò un impegno serio, un giuramento che non potevo rinnegare. La soluzione sembrava poter essere solo auto-distruggersi, sparire dalla faccia della terra piuttosto che chiedere scusa o ammettere di essersi sbagliata.

Mi sono sempre interrogata sull'origine di un senso della responsabilità così forte, su cosa di quello che ci passano l'educazione, la morale, i geni, il caso combini un risultato così deciso. Per ognuno di noi esiste una frazione di secondo in cui ci si trova a scegliere tra il proprio bene e il proprio male. Come quella volta, a 16 anni, in vacanza, nella Francia della costa atlantica,  in cui mi ritrovai a una festa, con un gruppo di figli di papà, con la sola voglia di divertirmi e di sentirmi libera ma soprattutto bella e desiderata. C'era lo champagne, le ostriche della Bretagna e c'era anche la droga, una polvere bianca e inconsistente. Il tempo per dire sì o no era molto poco, il tempo per sentirsi dentro o fuori era ancora meno. Il mio non fu un atto di coraggio. Io non ero affatto coraggiosa o sicura di me, al contrario mi nascondevo dietro la scelta di affiancarmi a persone grandi e spregiudicate. Ma dissi di no, guardai negli occhi di quella persona e dissi più che altro a me stessa che potevo scegliere. Non pensai ai miei genitori, pensai a me stessa.

La scelta tra il bene e il male è per me un pensiero ossessivo. Ora poi che ho la responsabilità di due figli mi chiedo quotidianamente dove troveranno loro quel confine, lontani da me, dai miei occhi e dai miei permessi e dai miei divieti. Mi chiedo come sia possibile che io abbia provato vergogna per un matrimonio fallito e spesso per molto meno, mentre un uomo al vertice di uno stato, nell'esercizio delle sue funzioni pubbliche non abbia neanche un secondo di sussulto, neanche inconscio.
E allora mi chiedo se la vergogna non sia piuttosto un valore, se i sensi di colpa, quelli legati a scelte che provocano conseguenze tangibili, mutilanti sulla vita delle persone non siano auspicabili e terapeutici.

Noi madri che abbiamo generato la vita siamo qui a flagellarci per una poppata in meno, uno strillo in più, per il troppo lavoro, per il poco tempo trascorso con bambini che hanno già tutto e là fuori persone che speculano sui falsi sensi di colpa impoveriscono liberamente il nostro futuro. Hanno anche il coraggio di chiamarla libertà.

sabato 1 gennaio 2011

Il rifugio

Foto di Mamma Cattiva (Austria)
Ci siamo. Devo battezzare la parola chiave del 2011. È un impegno verso la colonna sinistra di questo blog ma soprattutto verso me stessa. Non è una parola guida dei buoni propositi, al contrario i buoni propositi meglio lasciarli stare che espressi in questo periodo tendono statisticamente ad essere mancati, come dei birilli, uno dietro all'altro. La parola deve ispirarmi, suggerirmi le priorità, darmi coraggio, indicarmi la strada e alla fine mi suggestionerà e "mi farà compagnia", come direbbe Picca, quando ha bisogno del mio aiuto.
C'è un grande obiettivo che al doc e me, finché andremo d'amore e d'accordo, da' grande speranza. È un traguardo, di quelli che però fanno quasi ricominciare, che chiamiamo il nostro rifugio. È qualcosa che va oltre i nostri figli, semmai il destino ci darà il giusto tempo per vivere insieme, da soli, osservatori a distanza della loro indipendenza. Il nostro rifugio è una piccola casa lontana da tutti gli obblighi che fino ad oggi tolleriamo, in un luogo dall'orizzonte infinito, un posto che ci racconti di sé non appena lo troveremo. Abbiamo delle idee ma non l'abbiamo ancora trovato, forse trovarlo oggi sarebbe troppo presto, non vorremmo sentirci rapiti da una realtà troppo diversa da quella che viviamo oggi.
Quando partiamo, soli o con i nostri figli, per pochi giorni o una vera vacanza, i nostri occhi esplorano i dintorni, ci perdiamo volutamente, scattiamo delle foto e speriamo che in qualche pertugio inatteso si trovi la destinazione della nostra vera libertà.

Per adesso la zona che prediligiamo è in territorio francese. Entrambi adoriamo la Francia. Il doc ed io, infondo, ci siamo incontrati di nuovo a Parigi, al matrimonio di una nostra cara amica. Di nuovo perché ci eravamo già conosciuti undici anni prima in circostanze poco sospette. Spesso ci diciamo che se avessimo capito allora quello che ci legava ci saremmo evitati un sacco di errori e risparmiato tempo prezioso, ma evidentemente i tempi per essere giusti devono fortificarsi di solchi profondi.
Il nostro amore per la Francia ci ha riavvicinati e magari in futuro ci ritroverà affiatati o magari no.

Il doc aspira alla Bretagna, l'oceano, il vento troppo freddo, io alla Provenza secondo lui troppo costosa e alla moda ma per me calda, profumata e accogliente.
Eppure nel nostro girovagare abbiamo sospirato in Portogallo, in Austria, in Guatemala, in regioni italiane diverse dalla nostre origini.

La parola del 2011 sarà "Ricerca" ma non del rifugio bensì del tempo perso, delle soluzioni nelle righe scritte da altri, dei richiami di quello che potrebbe essere un futuro diverso, delle alternative a questa sensazione di appartenere a una vita troppo complicata e superflua. La ricerca mi distoglierà dalla abitudine cronica di essere in ritardo, mi farà scegliere e selezionare, mi spronerà a dire più no.
I miei bambini mi aiuteranno in questo, loro assetati di dettagli e di approfondimenti. Sarò meno presente in alcuni luoghi e per la prima volta in altri.
Proverò a recuperare alcune persone e a lasciarne altre ma poche perché le persone che seguo sono preziose.

Ora scrivo Ricerca nella colonna sinistra del blog.

venerdì 10 dicembre 2010

Aggiungi un fiore a tavola

A me il Natale piace. Però mi piace anche Polly quando dice che il Natale è troppo trash. Perché abbiamo ragione entrambe. Forse è proprio il trash del Natale che mi piace, quel potersi permettere di cedere ai ricordi, ai decori eccentrici, alle smancerie, ai regali, ai baci sotto al vischio. Il bacio sotto al vischio è decisamente stucchevole.

Per Natale magari potrei pure chiamarmi Mamma Buona e decidere di passare una giornata a preparare biscotti, quelli che mia nonna faceva tutto l'anno, meno che d'estate quando la frolla si sarebbe squagliata tra le mani.

Chiudo gli occhi e vedo il suo barattolo pieno di quel sapore di burro e uova fresche in cui tutti noi nipoti a turno andavamo a pescare. Quando se ne è andata ho chiesto di poter avere il suo barattolo e anche gli stampini e ogni volta che li preparo lei è con me, altro che cimiteri.

La ricetta la conservo in un quaderno che mia madre ha regalato a tutte le femmine di casa (poi ditemi che non mi devo incaz…) dove ha copiato, fotocopiato i segreti di famiglia, un misto di cucina romana e triestina.

Impastare senza lavorare troppo 400 g di farina, 300 g di burro, 150 g di zucchero a velo, 4 rossi d'uovo, la buccia raschiata di 2 limoni.
Lasciare riposare 1/2 ora.
Stendere la pasta all'altezza di mezzo cm e creare i biscotti con le formine. Dorare i biscotti spennellando un rosso d'uovo e qualche goccia di zucchero bruciato. Infornare a forno piuttosto caldo.


Ora sono partita da mia nonna per raccontare la storia di un'amicizia, nata casualmente nella rete, quando Marilde intuisce che la condivisione di sentimenti tra due persone affini poteva solo che generare intesa.

La solitudine delle madri è terreno fertile e se coltivato con passione fa crescere fiori semplici eppure magnifici, come la Margherita e il Lappio. A mia nonna sarebbe molto piaciuta Paola. Mi avrebbe chiesto di avvicinarmi e mi avrebbe sussurrato "bella la tua amica". In effetti Paola è una bella persona. Si nasconde dietro a dei vezzi ma quando scavi scopri una profondità d'animo che raramente sopravvive nelle persone fatte di apparenza. Paola non è apparenza ma amore puro per il suo bambino, il suo compagno, le sue cose vecchie, i fiori, gli animali domestici, i paesi lontani, gli amici di passaggio.

Se le mie crisi hanno reso possibili questi incontri chiedo un problema ogni giorno, per condividerlo e superarlo con le persone come lei.






Con Paola partecipo al contest di Genny - Aggiungi un blogger a tavola - di Al Cibo Commestibile.


Insieme alle nostre famiglie, il giorno del suo compleanno abbiamo prodotto una dose e mezza di questa ricetta; abbiamo sperimentato diverse forme e abbinamenti. La foto per noi perfetta poteva essere solo una.
Biscottini di Nonna Anna

domenica 21 novembre 2010

Sorprese indelebili


I bambini in quanto persone sono differenti l'uno dall'altro. Impercettibilmente quando sono molto piccoli se li viviamo in solitudine, più tangibilmente se li confrontiamo ad altri e ancora più evidentemente quando crescono e iniziano a comunicare la loro personalità, i loro gusti e i loro limiti, quando iniziano a comunicare con noi e il mondo che li sovrasta.

I bambini nascono buoni. E' il mondo esterno che li disturba. Quando non sono buoni e bravi è perché sono incazzati, con i rumori di sottofondo, con gli odori prepotenti, con una mamma e un papà, un fratello o una sorella, un mondo di persone, ognuno con le sue regole, buone o cattive che siano. I bambini però nascono buoni. Nascono educati, generosi, semplici nei bisogni e nelle ambizioni. Nascono e crescono altruisti, disposti a fare e ad aiutare se non fosse che qualcuno dice sempre loro come si può fare meglio, come si può ottenere di più.

Prendi un Leo ma anche una Picca. Sono sempre in prima linea quando si tratta di aiutare, di fare, di provare, di proporre.

Quando aspettavo Picca la prima tata di Leo ci lasciò è ne arrivò un'altra: Mh.
Mh è stata tra le migliori che abbiamo avuto. E' stata perché a un certo punto è rimasta incinta e non mi sono sentita di farle rischiare la sua gravidanza per prendersi cura dei miei due e quindi ha anticipato il sui congedo come previsto per chi si occupa di lavori pesanti.
Quando era con noi curava i miei bambini come fossero suoi ma senza mai dimenticare che io ero la mamma. Al mio compleanno si presentò a casa di ritorno dal nido con Leo con in braccio un mazzo di fiori. Leo era piccolo ma aveva colto il gesto e se ne era caricato di tutta l'enfasi suggerita.
Un'altra sera Mh ha lasciato uscire me e il Doc per un anniversario e al ritorno ci ha fatto trovare un lavoretto fatto con i bambini primi che andassero a letto, con il calco delle loro manine e una lettera scritta con le loro parole suggerite.

I bambini sono ricchi di fantasia. Se la perdono per strada quando pretendiamo che siano perfetti, quando non li lasciamo sbagliare, quando non spieghiamo loro le cose, quando non gliele suggeriamo, quando si fa in un modo e basta, quando l'intransigenza nostra rende intolleranti loro.

Ieri era il mio non compleanno e la mattina Leo mi ha detto che considerato che non era più il mio compleanno mi avrebbe fatto una sorpresa. E' corso in camera con Picca che sempre lo insegue e mi ha regalato un portafortuna, un oggetto minuscolo, anche un po' bruttino e io gli ho detto che lo avrei portato sempre con me nella mia borsa. Lui mi ha chiesto di dire a tutti che me lo aveva regalato il mio bambino.

Così piccolo ha capito che le sorprese sono ancora più sorprendenti quando non te l'aspetti, che sono piccole, invisibili quasi, che poi hai voglia di portarle sempre con te, indelebili.

I bambini si guastano da grandi quando si dimenticano di quando erano bambini, quando diventano arroganti, ambiziosi, materialisti e terribilmente egoisti.
Forse quando sono piccoli dovremmo valorizzare quello che stanno per perdere, perché sono maschi e non devono piangere e amare i fiori, perché sono femmine e devono prendersi cura della casa e dei più grandi.

Lasciamoli fare. Lasciamoli essere diversi.

domenica 14 novembre 2010

La volpe e il part-time

Ron Tandberg
Tutte le volte che mi sento dire che la soluzione a tutto, anche al raffreddore, è il part-time mi si rivoltano le budella. Va bene sì che lavorare meno è sempre meglio che lavorare troppo ma ottenere il part-time cambierebbe notevolmente diversi aspetti della mia vita.

Prima cosa non so neanche come si faccia a chiedere il part-time. Poi se chiedessi il part-time non me lo darebbero. Inoltre se mi concedessero il part-time dovrei cambiare il contenuto del mio lavoro perché, non è presunzione o onnipotenza, ma il mio lavoro non è esercitabile a tempo ridotto. Vale lo stesso discorso per il Doc. Un pediatra non può mica arrivare un giorno e dire: ragazzi, sai cosa c'è? Da oggi lavoro la metà. Probabilmente sono disorganizzata, inefficiente, sotto-strutturata ma io lascio ogni giorno il lavoro con la sensazione che avrei avuto bisogno di altre tre, quattro ore. 

E se è vero che sono sempre in affanno, riuscirei a fare anche meno in quattro o sei ore, o no?

Vorrei poi un elenco di mestieri che si possano esercitare part-time. Giusto per capire se ce ne è uno a cui potrei aspirare e di cui potrei valutare le conseguenze, soprattutto dal punto di vista economico.

Se lavorassi part-time e quindi il mio lavoro cambiasse contenuto, infatti, verrei ovviamente pagata meno e non solo perché lavorerei meno ore, ma anche perché quello che farei varrebbe meno.

Tornando a casa prima dovrei dunque occuparmi della casa, sai che fatica? Probabilmente dovrei pure stirare e io lo detesto.

Con il part-time mi toccherebbe pure tornare a fare un po' di sport, perché a quel punto il tempo ci sarebbe e il jogging e lo stretching al parco non avrebbero prezzo.
 
Trovandomi ogni giorno ad uscire prima, dovrei subire quotidianamente lo sguardo interrogatorio e supponente dei colleghi che invece loro sì che lavorano, mica come me che lavoro mezza giornata. Dovrei ricordare al mio capo che no, non ho chiesto un permesso ma quello è il mio orario e lui il giorno dopo me lo richiederebbe di nuovo perché se lo dimentica ogni volta.

Con il part-time niente più trasferte perché non ci sarebbe tempo per andare e tornare.

Part-time mi sentirei sola, lì a godere di tempo libero senza il Doc che fa il full-time. E al suo rientro non avrei più scuse: mi toccherebbe cucinare più decentemente ogni santo benedetto giorno.

Ah, stavo per dimenticare, dovrei pure andare alle feste dei bambini dal lunedì al venerdì ;-)

sabato 30 ottobre 2010

Tempo di feste

Ghirlanda di Tempo di Cottura
Quando inizi una corsa aspetti il momento in cui il fiato si spezzi, per proseguire con un migliore controllo dei movimenti, i muscoli caldi e via il fiatone. Vuoi continuare con la sensazione di meno fatica, con il sudore che si asciuga al vento. Ora il mio respiro si è rotto.

Le giornate procedono faticosamente, ingolfate, pesanti ma ci sono cose che hanno preso la loro strada.

L'asilo di Leo e Picca per esempio. Ho riconquistato il mio posto la mattina accompagnandoli io e questa cosa mi piace da morire. La scuola è la stessa per entrambi. Le classi e quindi le maestre diverse. Sia Leo che Picca si sono ambientati velocemente. Sono così cattiva che fin dall'inizio mi hanno salutata senza lacrime e dolori. Quando succede i genitori si disperano. Quando non succede si disperano lo stesso perché pensano che ai loro figli non freghi nulla di loro.

Comunque la routine è partita e con essa sono comparsi i primi biglietti da parte dei compagni di classe per invitarci alle feste di compleanno. Leo e Picca tornano con questi pezzetti di carta fotocopiati con Hello Kitty o Spiderman e ogni volta li attacco al frigo con la calamita di turno. Poi passato il giorno li butto nel secchio della carta. Senza essere andati alla festa. Perché? Perché queste feste sono tutte organizzate dal lunedì al venerdì alle ore 16:00 e io a quell'ora lavoro sempre.

Perché, lo chiedo io. Perché?

Chi riesce a portarli? Possono a quell'ora del pomeriggio quando io mando la tata a prenderli? Tutte le mamme o i papà possono?
Un po' mi dispiace non poterli portare perché sarebbe una buona occasione per conoscere altri genitori e socializzare ma soprattutto per loro. E' evidente che lo vorrebbero.

Ho provato a chiedere in giro per capire come gestire la cosa.
Una soluzione potrebbe essere mandarli con la tata ma per quanto per loro potrebbe essere una cosa normale, perché per loro normale è questa presenza, probabilmente sono io che mi riempio la testa di pensieri. Non potrei tollerare che il troll di turno faccia loro notare che vanno alle feste con la baby sitter invece che con la mamma.

Oppure potrei sperare in altre mamme libere in quell'orario. Già ma io poi quando rispetto il mio turno? E soprattutto quando le conoscerò mai queste mamme se lavoro sempre?

Altra soluzione potrebbe essere semplicemente fregarmene e aspettare la mamma che ci inviti di sabato o di domenica. Le faranno pure delle feste il sabato o la domenica!

Dovrei forse iniziare io?

martedì 19 ottobre 2010

Dalla parte delle bambine cattive

More about Dalla parte delle bambine

Dopo la giornata rosa di ieri dedicata alla campagna per la prevenzione del tumore al seno e il sostegno di LILT, scrivo oggi a favore del superamento degli stereotipi di genere e lo faccio da Genitori Crescono.

Colorare una giornata di rosa deve poter continuare nelle nostre vite quotidiane, impegnandoci a non mettere nella testa dei nostri figli che ci sono limiti dipendenti dal loro essere maschio o femmina.

Insegniamo loro a colpire e lottare contro i veri limiti e non perdere tempo ed energia creativa dietro alle false distinzioni di sesso.

Solo facendo il possibile per fare quello per cui ci sentiamo portati ci renderà liberi da stereotipi, tipizzazioni e pregiudizi.

Questo post partecipa al blogstorming.

domenica 17 ottobre 2010

Vintage per sempre, versione MC

Audrey Hepburn e Ferragamo
Ero partita con un commento diretto al post di Paola sulla nostra giornata al Castello di Belgioso a godere di un mercato-mostra del vintage, ma poi mi sono spostata qui per dedicarci un pensiero.

E' stata una decisione compulsiva così come talvolta ci si lascia prendere da un acquisto pazzo. Abbiamo letteralmente trascinato Polly e spontaneamente ne è uscita una bella giornata colma di aneddoti che io non riuscirò a riportare.

Ammetto che questa volta invece di sentirmi in colpa per i miei figli a cui ho sottratto malvagiamente un sabato, mi sono sentita in debito verso diverse persone che immagino sarebbero venute volentieri, nonna cattiva inclusa. Ma certe cose nascono così, nel casino del quotidiano quando non hai tempo neanche per fare il cambio degli armadi eppure preferisci e riesci a spingerti su un regionale puzzolente, molto più decadente di vestiti usati che a naso ti aspetteresti pieni di muffa.

Per quel che mi riguarda la muffa invece cresce solo sulle mie buone intenzioni.


Alla fine della giornata sono tornata a casa volando, leggera come quel vestito di organza corallo chiaro che Paola ha provato e le stava da dio.

La cosa che mi piace del vintage è che sembra che le cose abbiano un'anima, tirino fuori una personalità, quella delle persone che le hanno pensate, create e di quelle che poi le hanno indossate, tenute negli armadi e poi regalate o vendute perché ne erano stufe.

Ci sono cose orribili, altre insignificanti, altre meravigliose e altre, a prescindere dal tempo, semplicemente belle. Tutto questo non per tutti, per ognuno in modo diverso. Il vintage accontenta tutti. C'è chi comprerebbe cose che tu non sapresti neanche da che verso girare. Ci sono pezzi che si rimodellano sul corpo inaspettatamente, diversamente da quello che capitava su chi se n'è disfatto. Ho sempre creduto che ogni cosa possa avere una sua collocazione e un suo contesto. Mi chiedo cosa direbbe la loro memoria; se chi li ha indossati ha riso molto con quel vestito o pianto ricevendo quell'accessorio; se è stato tradito e tirato contro il muro quel confanetto un po' ammaccato; se ha appiccicato una vera etichetta Coco Chanel sul cappotto fatto a mano; se è morto o ancora vivo.

C'è chi non indosserebbe mai cose appartenute a un defunto negandogli così la possibilità di continuare a vivere, nella stessa scelta, nel tessuto ancora prezioso o semplicemente consumato, ancora con qualcosa da dire. Tutto questo ha un sapore animistico ma non è meglio che rattristarsi a un funerale o nei cimiteri che per me non hanno alcun senso?

Dalla giornata vintage ho riportato indietro un paio di scarpe di Ferragamo, verde acido con un cinturino di quel colore cuoio che Paola abbina con tutti i colori; le Ferragamo ancora senza numero, quando le facevano su misura, conservando il modello di legno delle clienti. Come Cenerentola le ho provate e sono scivolate come un guanto.

Sono stata bene, sempre più cosciente del fatto che con una buona capacità di rovistare, nella rete si trovano cose, oops, no PERSONE, davvero uniche e preziose.

martedì 28 settembre 2010

Linguaggio mezzo pieno o mezzo vuoto

Il gioco che vedete nell'immagine è stato regalato a Leo che era ancora un bebè.

Leo da piccolo aveva una strana fissazione: adorava il moto rotatorio.

Tutti i bambini si incantano davanti una lavatrice ma Leo andava oltre; non solo era capace di passare un tempo decisamente lungo davanti alla centrifuga ma qualsiasi cosa gli davi in mano tentava di farla girare; le sue braccia non erano da meno. Sembrava un mulino a vento. Certe volte mi faceva anche saltare i nervi. Quando quindi è arrivato questo, una canna da pesca magnetica con cui accalappiare gli animaletti calamitati, passava il tempo a farla girare vorticosamente. Ipnotizzato.

Lo osservavo e non capivo. Il solo fatto che però ci passasse del tempo sereno e contento mi faceva abbassare la guardia e questo gioco lo ha aiutato in uno dei traguardi più attesi da noi genitori: camminare.

Leo si tirava su e iniziava il suo gi(r)a-gi(r)a, così lo chiamava, occhi attenti e concentrati sulla pallina rossa che roteava. E piano, piano si è staccato, in equilibrio. Sembrava un funambolo ma anche un folletto. Non mi capacitavo di questa sua passione ma fatto sta che ha imparato a camminare senza che mi spezzassi la schiena e lasciato un ricordo bizzarro sulle sue prime visioni del mondo.

Il gioco è ovviamente rimasto a disposizione di Picca con Leo che le mostrava le sue abilità da pescatore e oggi gli animaletti sono insieme a tutti gli altri, speranzosi di essere catturati dalle loro manine, un giorno tenere e l'altro aggressive e ingrate. Credo che chiunque abbia visto Toy Story 3 abbia oggi una visione diversa dei giocattoli dei nostri figli.

Picca quando deve andare in un luogo poco conosciuto, tipo la scuola in questo periodo di inserimento, cattura qua e la qualche piccolo gioco rassicurante e "mi fanno compagnia" è il suo modo per dirmi "ti prego fammeli portare con me". Questi piccoli pupazzetti morbidi hanno spesso il privilegio di investire questo ruolo ma sono cinque e non sempre sono tutti a disposizione.

Stamattina ha scelto una giraffa di gomma ma quando siamo saliti in macchina abbiamo trovato il polipo polpo rosa.

MC: "Guarda, Picca. Il polipo polpo è rimasto in macchina!".

Lei lo ha afferrato salvandolo dalla solitudine.

MC: "Povero Polipo Polpo che è rimasto solo tutta la notte".

MC: "Pensa a come si è sentito, al buio, con il temporale, i tuoni e i lampi".

MC: "Deve aver pensato -Oddio, mi hanno abbandonato, qui in questa macchina al gelo, mentre Leo e Picca se la godono con tutti gli altri giochi-".

…

MC: "…oppure…bè, e se invece avesse detto - WOW! Grandioso! Che bello! Finalmente mi godo la notte…Guarda che lampi, sembrano fuochi d'artificio. Adesso ballo al ritmo della pioggia. E canto urlando, tanto nessuno mi sente. Stupendo quei due monelli si sono dimenticati di me e io canto e ballo…!

Leo: "Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"

E' una questione di conversazioni. Possiamo sempre scegliere quale versione proporre.

Questo post partecipa al blogstorming.

venerdì 24 settembre 2010

Appendice appendicite


Devo riconoscere una cosa, che i vostri commenti sono piuttosto impegnativi. Non so cosa capita ma partono delle discussioni garbate eppure appassionate su temi un po' spinosi.

E questa volta devo fare un post per rispondervi. Non solo a chi mi ha commentato pubblicamente ma anche a chi mi ha scritto direttamente o che ho visto di lì a poco.
Suvvia, togliamoci questa appendicite.

E' vero. Ho trattato bruscamente e spavaldamente il tema del tradimento, pungolata dalla lettura di un libro che te lo infila dentro le membra. Ne esco ancora molto turbata. E poi alla fine del mio precedente post me ne esco con un apparente attacco alle donne/amanti, io che dichiaro a mari e monti di detestare le conversazioni di genere e i cliché pre-compilati. Ma come? Parli alle donne? E agli uomini, no? E poi perché te la prendi con lei? E' lui che ti ha tradito. Infondo lei neanche ti conosceva, badava ai suoi interessi, magari lo amava infinitamente ed era l'uomo della sua vita e con te lui si lacerava in una storia malata, bruciata, finita. Ma come, tu neghi l'amore assoluto e poi ti dichiari così estremista verso la categoria delle amanti?

Spieghiamoci e chiariamo i fatti. Per me è un fatto che la vita è talmente complessa che dividerla tra i buoni e i cattivi è sempre troppo banale. Per me il mondo è fatto di persone e non di uomini e donne. Certo ci sono gli uomini  e le donne e anche tante interessanti vie di mezzo ma proprio per questo motivo il mio approccio alle persone si qualifica come approccio ai singoli individui. Per quanto la rete ci ha dato modo di conoscere e frequentare un numero assai maggiore di persone rispetto a quando conoscevamo e frequentavamo solo il mondo fisico, io sono dell'idea che nella nostra breve vita le persone con cui abbiamo a che fare sono così poche che abbiamo per ognuna il tempo di farcene un'idea, magari anche in evoluzione. Questo per dire cosa? Che anche ogni storia di tradimento ha le sue logiche e le sue giustificazioni e io non sono una vecchia moralista che manda al rogo chi tradisce. Men che meno solo le donne.

Per me chi tradisce è prima di tutto consapevole di farlo. Sa. Sa di poter fare del male, sa di raccontare menzogne e di vivere di sotterfugi. Sa che esiste un altro o un'altra e nonostante questo accetta di non essere l'unica/o. Molti di coloro che mi hanno commentato per difendere la causa dell'amante hanno detto che non sapevano. Quando non sai, pur tradendo, sei vittima. E se quando lo scopri ti incazzi e pretendi che l'altro/a si assuma le sue responsabilità e decida quale strada prendere allora vuol dire che hai rispetto per te stesso/a.

Ho accusato le donne da controparte ferita e me la sono presa con quelle che non fanno neanche uno sforzo di empatia, che non provano disgusto all'idea che quando lui ti appartiene, in altri momenti è anche dell'altra. E tu lo sai mentre l'altra no. Ciò non toglie che il primo che ho preso a pugni è stato lui.

Curioso che io abbia anche provato a capirla. @Isa, me lo sono posto il pensiero che lei era innamorata e non poteva razionalizzare. Ma sai alla fine cosa mi sono risposta? Che no, io nella stessa posizione non l'avrei fatto, che non avrei potuto amare un uomo che fa il doppio gioco, che avrei preteso molto di più, che avrei posto le mie condizioni. Esattamente come non accetterei di subire violenza fisica, quella per me è violenza psicologica.

E c'è di più io non credo neanche nel perdono. Se decidi di andare avanti devi ricominciare, non puoi mettere una toppa con la parola perdono. Il perdono guarda indietro. Io ho deciso di guardare avanti e di fidarmi. Se avessi perdonato io sarei stata troppo forte e la relazione ancora sbilanciata.

martedì 21 settembre 2010

Quell'assurda propensione di dare la parola amore all'infelicità

Una mia debolezza è leggere e interpretare la serendipità e la magia degli incontri.
La considero una debolezza perché è una visione facilmente manipolabile che ben si presta alle suggestioni del momento.
Eppure dietro alla conoscenza delle persone, ne sono convinta, c'è sempre un disegno che riusciamo a decifrare solo lungo il percorso e che ci svela deviazioni imprevedibili e poi si illumina alla fine, quando ne riusciamo a capire il senso. Non ci si rimette mai, anche quando certi incontri poi deludono.

Diversi mesi fa Panzallaria mi invita alla presentazione di un libro. Quando nomina l'autrice mi si ferma il cuore. Lidia Castellani è l'autrice del primo libro sul tema della maternità che ho letto quando ho scoperto di aspettare Leo, più di cinque anni fa. Lo scelsi dallo scaffale con quel giusto abbozzo di pancetta che ti scatena il desiderio di conoscere tutto quello che ti capiterà. Lo scelsi dopo aver messo da parte "Avere un bambino" che mi metteva l'ansia e mi imboccava mille malesseri.
Dire che "Mamma senza paracadute" trattasse di maternità è un po' riduttivo perché in effetti  la storia gira, sì, intorno a una donna alle prese con la sua maternità, ma come fosse un pretesto per sviscerare la natura complessa di una persona, risultato di scelte proprie, di un mestiere che deriva da un talento, quello della scrittura.
Dopo averlo letto l'ho prestato a diverse donne (in questo momento è in prestito) e l'ho anche regalato quando non potevo prestarlo.
L'idea di poter conoscere di persona l'autrice di quelle parole che tempo addietro iniziarono a svelarmi quello che veramente mi sarebbe accaduto mi sembrava una bella coincidenza, una di quelle che ti danno emozione.
Il lavoro poi si è messo di traverso e non sono potuta andare all'evento ma da quel momento ho aspettato con trepidazione l'uscita del nuovo libro "Il corpo non sbaglia".

Sempre il caso e un po' più di audacia hanno voluto che iniziassi a comunicare in rete con Lidia. Le ho confessato il mio compiacimento nel poterle parlare e sentivo nelle sue risposte un senso di stupore, come se si meravigliasse del mio apprezzamento. Questa è una prima cosa che abbiamo in comune: stupirsi delle parole di chi ti stima.

Il fatto che il libro si intitolasse "Il corpo non sbaglia" mi sussurava qualcosa per via di quello che ho vissuto sulla mia pelle. Ma non avevo ancora anticipazioni sulla trama e quindi leggevo via via incuriosita qualche sua intervista. In particolare mi colpì quella di Luca Signorini in cui Lidia accennava di una storia di violenza domestica e poi di solitudine e poi di labirinti.
L’ho scritto pensando a tutti quelli che soffrono per amore e imperterriti continuano a picchiare contro il proprio dolore come mosche contro un vetro chiuso. 
“E se la felicità non fosse in quell’amore, dove l’abbiamo sempre cercata?” E’ la domanda che la protagonista rivolge alle amiche prima di riuscire a dimostrare a se stessa e a loro che un riscatto dall’infelicità è sempre possibile. E’ così che questo romanzo dopo aver smascherato i meccanismi che rendono possibili gli amori infelici diventa un inno alla vita e alla capacità che hanno le donne di ricominciare, sempre, magari anche partendo da un nuovo taglio di capelli.
e poi…
D. [Luca Signorini] Lara, un altro personaggio del tuo romanzo, decide di dichiarare battaglia contro tutte le assurdità che si compiono in nome dell’amore. Questo suo atteggiamento non è in realtà l’ammissione di una sconfitta?
R. [Lidia Castellani] Si, se per amore si intende l’amore che ci fa sembrare normale qualsiasi sofferenza, che giustifica qualsiasi sacrificio anche quello estremo, della vita. ‘E’ una piaga sociale contro la quale non si fa nulla,’ dice a un certo punto Lara che si batte contro la disponibilità ad accettare relazioni fondate sull’infelicità e sulla mancanza di rispetto che ancora oggi troppe donne scambiano per amore.
Scrissi subito un email a Lidia pregandola di leggere La fragilità delle pareti femminili
e poi L'amore assoluto e anche Mettersi a nudo senza vergogna e lei mi rispose che aveva la pelle d'oca. Anche io ero particolarmente turbata.
Ora Il corpo non sbaglia l'ho letto e devo parlare direttamente a lei:

Una cosa, Lidia, non ti ho confessato. L'ultima delle coincidenze, un altro tema trattato che si è infilato spinoso sotto quella pelle d'oca: il tradimento.

Ecco, se abbiamo vissuto l'onta del tradimento leggeremo questo libro accompagnando per mano il personaggio del romanzo e ne vivremo fino in fondo, fino all'ultima riga, il lutto.

Credevo di aver sotterrato l'ascia ma non è così. Non credo che si possa mai superare quel senso di rottura. Vai avanti e scendi a compromessi, rinsaldi il legame con la te stessa più forte, fai pace con la tua solitudine e ne recuperi stabilità ma nulla ti potrà ridare la verginità di prima.

Un'ultima cosa e questa volta mi concedo di farlo rivolgendomi urlando a tutte quelle (sì, è alle donne che voglio parlare e non alle persone, perché in questo momento parlo da donna ferita ad altre donne che sanno essere carnefici) che agiscono senza pensare: perché, dico, perché vi infilate in una relazione senza il diritto dell'esclusiva? Perché il fatto stesso che sia in corso una storia con un'altra, senza porvi il dubbio che sia una storia buona o cattiva, non vi impedisce di proseguire? Sarete mai in grado di mettervi nei panni di chi subisce il tradimento?
"Passo dopo passo mi accompagna la sensazione che fin qui la mia vita sia stata come un pianoforte sul quale ho saputo suonare soltanto tre o quattro note. Ora è arrivato il momento di tentare qualcosa di più. More about Il corpo non sbagliaDi cominciare a vivere sul serio. Possibilmente insieme. E devo dirtelo subito. Da te voglio un amore grande o nulla. Una storia senza menzogne. Cancelliamole tutte e ricominciamo da capo. Con la stessa idea alta dell'amore che avevamo all'inizio. Altrimenti preferisco andare avanti da sola."

lunedì 13 settembre 2010

Imparare dai bambini

A casa di MC, ogni tanto, fa capolino l'opinione di un pediatra che confidenzialmente chiamiamo tra di noi lo zio Berry*. I suoi sono gli unici manuali che hanno fatto breccia nella mia iniziale diffidenza verso quelle che considero enciclopedie pediatriche, non perché siano particolarmente acuti e distinti rispetto alla letteratura sull'infanzia diffusa ma semplicemente perché nei suoi capitoli prevale uno spontaneo buon senso e molta tranquillità. Per sentirmi apposto con la coscienza qualche volta, all'altezza della tappa giusta, mi leggevo il capitoletto e mi dicevo che anche quella (forse) era passata.

Ricordo in uno di questi capitoli come lo zio Berry riconoscesse nella madre depressa una particolare cura nella vestizione del neonato e in seguito del bambino, in netto contrasto con l'evidente disordine del suo aspetto.

Ora, se non fosse che sono chiari i segnali dell'autunno imminente, penserei che in questi giorni si respiri piuttosto un certo "friccicore" primaverile. Saltellando tra un blog e l'altro mi rendo conto che diverse tra le mie blogger preferite hanno simultaneamente trattato il tema dello stile, del concetto di moda, della ricerca di un equilibrio personale nella scelta del proprio guardaroba: Paola è partita alla grande con la sua prima stylish class; Caia esordisce con il suo Fashion Friday, Lalaura risponde al desiderio di cambiamento entusiasta, Piattini inizia ad accennare a una S-fashion. Chi cambia casa, chi da' una mano di nuovi colori alle pareti, a quelle del blog e magari anche alla propria vita. Questo mi fa pensare che a forza di scrivere e di passarsi il testimone si riesca a respirare un po' di positività, quella sostenibile, fatta di alti e molti bassi o almeno ci si prova.

Penso che ci sia molto da imparare dalla gestione dell'aspetto esteriore dei nostri piccoli, dal rigore che seguiamo nel prenderci cura di loro, nel vestirli, nello scegliere il loro guardaroba, nel pianificarlo e nell'organizzarlo e per dimostrarvelo sceglierò volutamente una serie di generalizzazioni in cui sentitevi libere o meno di ritrovarvi. E provo a dare un contributo in tema di stile personale.

I bambini, di media, con una velocità decrescente, cambiano guardaroba ad ogni stagione. Per quanto alcuni capi ci abbiano fatto sciogliere il cuore, passata la taglia dobbiamo rinunciarvi e acquistare (o farci passare) la stagione successiva e questo equivale a un nuovo guardaroba. Ora io questa cosa, ve lo confesso, l'adoro. Il fatto che perché una cosa è diventata troppo piccola io sia costretta a rinunciarvi e a prenderne una nuova mi da' un certo brivido di piacere. Puro consumismo vero ma anche un cambio di pagina, un giro di boa, un andare avanti. E ho pensato spesso che questa cosa mi piacerebbe farla come adulta. In un mondo "ideale" (suvvia passatemi un pensiero su un mondo non prioritario), lo ammetto, vorrei avere il coraggio di eliminare l'80% del mio armadio e sostituirlo, almeno una volta l'anno. Cambiarlo non perché non mi entra più nulla o perché è stato attaccato dalle tarme ma semplicemente perché va rinnovato. Questo significherebbe sostituirlo con una quantità relativa di gran lunga inferiore. Della serie poche cose ma quelle giuste.Una sera ho confessato questa diavoleria alle mie amiche di sempre e una di loro mi ha detto, con estrema nonchalance, che lei lo faceva già. :-D

I bambini, almeno fino a quando noi adulti non li contaminiamo e li trasformiamo in esseri orribili, non fanno confronti tra di loro. Non perdono tempo a guardare se il jeans dell'amico calza meglio e se le gambette del compagno di giochi sono più o meno storte, cicciotte o secche; al limite noteranno la percentuale di occupazione di spazio del super eroe di turno ma l'attenzione è concentrata sul cosa fare insieme, su come divertirsi e magari sporcarsi un bel po'.
Noi adulti sarebbe bene che facessimo la stessa cosa. Dovremmo capacitarci, con una buona dose di realismo, di quello che siamo e iniziare a vivere l'estetica come un mezzo più o meno interessante per raggiungere obiettivi di gustosa socialità e di benessere con noi stessi. Tutta salute!

I bambini quando iniziano ad accorgersi che possono esprimere un parere su cosa indossare (che questo arrivi il più tardi possibile perché verrebbe voglia di sopprimerli) testano dei capricci che in confronto quelli per il passato di verdura scorrono lisci come l'olio. A casa di MC non passano. Se qualcuno si rifiuta di uscire di casa con un certo paia di scarpe o un vestito incomprensibilmente a lui/lei antipatici parte la seria minaccia di uscire scalzi o addirittura nudi. Nessuno di loro ha mai accettato di correre il rischio. Ecco quando capita quella mattina in cui batteremmo noi i piedi a terra, con lo sguardo perso davanti all'armadio, i nostri conviventi dovrebbero minacciarci di buttarci fuori di casa come Dio ci ha creati e allora sì che ci daremmo una mossa.

Curiamo i nostri bambini in modo maniacale. Dopo il cambio o il bagno non perdiamo mai un turno di incrematura. Posto che lo trovo immancabile per il piacere di coccolarli e massaggiarli, la cosa tutto sommato è comunque paradossale, perché i bambini hanno in generale una pelle giovanissima e, salvo casi specifici di problemi epidermici, non avrebbero bisogno di grandi supplementi. Se nutriti e idratati correttamente basterebbe una passata di buona crema o olio di mandorla anche solo due volte la settimana.
Per noi adulti invece, noi donne che ci troviamo ad affrontare gravidanze, allattamento ed età che avanza, è un optional. Mai che troviamo il tempo per prenderci cura di noi con lo stesso ardore. Va bè la superficie da spalmare è decisamente superiore rispetto al batuffolo di ovatta ma non riduciamoci, per favore, a diventare statue di cartapesta.

Quando usciamo per comprare quello che serve per il nostro bambino scegliamo abilmente capi ben abbinati nei colori e magari pure intercambiabili. Consci del punto uno siamo sempre più bravi a fare la lista del must-have più qualche nice-to-have per solleticare il nostro orgoglio di genitori. Non so voi, ma io vesto decisamente meglio i miei figli rispetto a me medesima e loro godono della scarpetta che va bene su più cose, del pantalone mai orfano della maglietta ideale. Sul mio fronte un disastro: intere stagioni in cui una gonna bellissima rimane sola al buio perché non ho mai acquistato il maglione o la giacca da metterci sopra o troppe scarpe che ci azzeccano con solo un vestito a turno. Il risultato è un guardaroba poco funzionale e eclettico, al limite del surreale. La frase più ricorrente: non ho più nulla da mettermi.

Sempre per la regola numero uno, i vestiti dismessi vengono conservati per il figlio due oppure passati agli amici con figli a cascata o venduti su ebay. Io dico, perché non facciamo la stessa cosa? Perché non facciamo una bella festa in cui ognuno porta le cose che non mette più e le mette a disposizione degli altri? Quello che non piace più a noi o non ci entra più o ci sta troppo largo potrebbe far impazzire la mia amica. Cose nuove, come per i bambini, che riprendono vita a casa di un altro.

Per aiutare me stessa, il doc, ma soprattutto la babysitter o le nonne, armadi e cassetti di Leo e Picca sono matematicamente divisi per generi e spesso per colori. Un vero gioco di insiemistica. Suggerisco lo stesso approccio nei nostri di armadi. Ci vorrebbe la stessa organizzazione per velocizzare il momento della scelta ogni maledetta mattina. Se poi fossimo bravi a prepararli la sera prima come magari facciamo per loro, potremmo dormire quei cinque, dico solo cinque, minuti in più.

Quando la mattina i miei bambini mi osservano mentre mi trucco (ve lo dico io mi trucco poco), maschio o femmina, vorrebbero imitarmi e, per salvarmi dall'impaccio, non sto a menarla sulla storia dei maschi e delle femmine, chi lo può fare e non lo può fare. Ci penserà il mondo e le sue convenzioni a spiegarglielo invitandoli a fare le loro scelte. Piuttosto rispondo loro con un pensiero che per ora sembra convincerli e cioè che, secondo me, i bambini sono già belli così e non hanno bisogno di trucchi. Traslerei il pensiero su noi grandi applicando la regola, tanto di moda oggi, del less is more. Anche molti di noi sarebbero molti più belli senza troppi orpelli, artifici e omologazioni.

E con questo vi saluto e me ne vado a giocare su Polyvore...

* T. Berry Brazelton

mercoledì 1 settembre 2010

A casa di Design per bambini

Leo e Picca alle prese con il colore

Valentina di Design per bambini è oramai una cara amica. Persona precisa e rigorosa gestisce un blog che amo molto. Con passione e colore abbiamo conversato.

Le stanze dei nostri bambini parlano di noi e così vado da lei a parlare di me.