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domenica 14 novembre 2010

La volpe e il part-time

Ron Tandberg
Tutte le volte che mi sento dire che la soluzione a tutto, anche al raffreddore, è il part-time mi si rivoltano le budella. Va bene sì che lavorare meno è sempre meglio che lavorare troppo ma ottenere il part-time cambierebbe notevolmente diversi aspetti della mia vita.

Prima cosa non so neanche come si faccia a chiedere il part-time. Poi se chiedessi il part-time non me lo darebbero. Inoltre se mi concedessero il part-time dovrei cambiare il contenuto del mio lavoro perché, non è presunzione o onnipotenza, ma il mio lavoro non è esercitabile a tempo ridotto. Vale lo stesso discorso per il Doc. Un pediatra non può mica arrivare un giorno e dire: ragazzi, sai cosa c'è? Da oggi lavoro la metà. Probabilmente sono disorganizzata, inefficiente, sotto-strutturata ma io lascio ogni giorno il lavoro con la sensazione che avrei avuto bisogno di altre tre, quattro ore. 

E se è vero che sono sempre in affanno, riuscirei a fare anche meno in quattro o sei ore, o no?

Vorrei poi un elenco di mestieri che si possano esercitare part-time. Giusto per capire se ce ne è uno a cui potrei aspirare e di cui potrei valutare le conseguenze, soprattutto dal punto di vista economico.

Se lavorassi part-time e quindi il mio lavoro cambiasse contenuto, infatti, verrei ovviamente pagata meno e non solo perché lavorerei meno ore, ma anche perché quello che farei varrebbe meno.

Tornando a casa prima dovrei dunque occuparmi della casa, sai che fatica? Probabilmente dovrei pure stirare e io lo detesto.

Con il part-time mi toccherebbe pure tornare a fare un po' di sport, perché a quel punto il tempo ci sarebbe e il jogging e lo stretching al parco non avrebbero prezzo.
 
Trovandomi ogni giorno ad uscire prima, dovrei subire quotidianamente lo sguardo interrogatorio e supponente dei colleghi che invece loro sì che lavorano, mica come me che lavoro mezza giornata. Dovrei ricordare al mio capo che no, non ho chiesto un permesso ma quello è il mio orario e lui il giorno dopo me lo richiederebbe di nuovo perché se lo dimentica ogni volta.

Con il part-time niente più trasferte perché non ci sarebbe tempo per andare e tornare.

Part-time mi sentirei sola, lì a godere di tempo libero senza il Doc che fa il full-time. E al suo rientro non avrei più scuse: mi toccherebbe cucinare più decentemente ogni santo benedetto giorno.

Ah, stavo per dimenticare, dovrei pure andare alle feste dei bambini dal lunedì al venerdì ;-)

domenica 18 aprile 2010

Un giorno riuscirò a rischiare

[Paul Klee - Il funambolo]

I miei cari con me non tirano mai il fiato. Ogni tanto credono che mi sia messa l'anima in pace: quando ho messo su famiglia, ogni volta che ho cambiato lavoro, due giorni dopo il ciclo, il sabato mattina, dopo aver cambiato l'ennesima casa, ma poi bastano pochi giorni e qualche ora in più e Mamma Cattiva, il cui secondo nome è anima in pena, ricomincia a lamentarsi, a volere altro, a cercare un nuovo futuro,  a voler trovare un'ennesima soluzione a quel certo non so che.

Non sono mai convinta di nulla. Il vero rumore di sottofondo, il più stonato e assillante sono io, altro che il mondo intorno e la voce narrante parla al massimo per un paio d'ore per poi spesso mordersi la lingua e pensare "boccaccia mia, ma perché non ti stai zitta e vai oltre?".

Nella mia vita da adulta, quando ho realizzato che avrei dovuto trovare un modo per sbarcare il lunario e magari anche fare qualcosa che mi piacesse, non sono mai riuscita ad arrivare a una risposta soddisfacente. Ho sempre ammirato le persone talentose, quelle con uno specifico ingegno che, se non le porta a farne un mestiere, almeno garantisce loro un momento personale da protagonista. Questo non significa che io non abbia gusti, passioni o preferenze, tutt'altro, ma per nessuno di questi ho scalato una vetta. Non sono specializzata nelle mie passioni. Non pratico quello che mi piace con tale abilità da farne un mestiere.

Potrei fare a voi la domanda senza risposta che faccio puntualmente in coda alle mie lagne : "Dì quello che ti pare amico/a mia, ma sei in grado di dirmi quale è il mio talento, quale è la mia vocazione?" Nessuno ad oggi mi ha dato una risposta convincente.

Eppure io continuo a cercare e, tra un lavoro senza vocazione e l'altro, infilo sempre la speranza di trovare la mia personale strada e fare il lavoro della mia vita, magari da imprenditrice, mettendoci del mio.

Qualche anno fa, Picca meno di un anno e io rientrata a lavorare senza alcun entusiasmo, la mamma di una compagna di asilo di Leo, mi disse che parlando con me e capendo il mio approccio alla vita (e meno male che lo avesse capito lei e non io) le era venuta voglia di farmi conoscere una sua amica. "Incredibile", mi disse, "vi somigliate anche fisicamente e avete la stessa passione per le cose". Aggiunse  che era una gran lavoratrice, che aveva avviato una sua attività ma che, come me, aveva due bambini piccoli e quindi da sola non ce la faceva, che stava cercando una socia. Il caso voleva che abitassimo a due vie di distanza. Quando mi disse il nome del negozio mi si accese il cuore perché mi ci ero fermata dozzine di volte, pensando che quel luogo vendesse  le cose che mi piacevano. Suggestionata dal gioco delle coincidenze accettai di parlarle e in me che non si dica ci intendemmo al volo. Se potessi equiparare la situazione alla conoscenza di un uomo, potrei tranquillamente dire che fu amore a prima vista. In pochi giorni sentii veramente le sensazioni dell'innamoramento. Non vedevo l'ora di vederla per parlare del futuro, facevamo progetti, mi svegliavo piena di energia ed ero convinta al cento per cento che quello fosse il lavoro della mia vita. Avrei dovuto lasciare il mio lavoro a tempo indeterminato per diventare imprenditrice di me stessa e occuparmi di cose che mi appassionavano.

Scintille e cuoricini a parte, avevo una famiglia, costi fissi e variabili nell'arco dell'anno. Rispetto al mio standard di vita, le mie entrate non erano un di più ma parte fondamentale delle entrate totali. In poche parole era arrivato il momento di fare i conti e, quando sei innamorato, è meglio che i conti li facciano altri. Chiamai così una commercialista che freddamente rovesciò tutte le carte e valutò la situazione. Il verdetto finale diceva che c'erano ottimi presupposti per lavorare insieme ma che per un lungo periodo non avrei visto un euro, complici gli investimenti iniziali, i costi d'impresa e la crisi economica che si faceva incalzante. In effetti condurre un'attività commerciale in questo periodo è roba da intrepidi ma io mi illudevo che per noi le cose sarebbero andate diversamente.

Mi ricordo quell'estate passata a fare lunghe telefonate per capire se potessi correre il rischio. Tutti dicevano la propria ma ero io che dovevo decidere. Cambiavo idea ogni secondo e alla fine mi arresi. Scelsi la strada più comoda. Non cavalcai il rischio di impresa, probabilmente la vera differenza tra chi cavalca un'impresa e chi per un'impresa lavora e basta. Mi sentii una codarda e tornai infelice al badge aziendale.

La mia possibile socia è rimasta una mia buona amica. Ha capito la mia scelta ma ha chiuso tutto.
Quando ci vediamo per me è come incontrare un amore impossibile passato e non riesco a non pensare di aver sbagliato tutto.

Nell'amore, nella vita degli affetti, non ho mai fatto scelte di questo tipo. Non ho mai interpellato un calcolatore per prendere decisioni di convenienza e indirizzare i miei sentimenti. Ma nel lavoro spesso è necessario o rischi la pena di non arrivare a fine mese, non solo tu ma anche la tua famiglia.

Dopo c'è stato un altro lavoro, nuovo e più interessante rispetto al precedente ma di quando in quando i miei pensieri vanno a quell'occasione impossibile e perduta.

Un giorno chissà riuscirò a rischiare.

sabato 26 settembre 2009

Una scheggia impazzita

Le mie giornate non sono mai semplici. Come immagino le giornate di tutte le persone che vivono, ma ci sono giorni che sembra che i dettagli prendano il sopravvento. Sei lì che ti dimeni tra decine di richieste e hai la sensazione di non poter dire NO, grazie, a nulla.

Ieri per esempio se un satellite avesse seguito la mia rotta, come sicuramente fa ogni giorno, avrebbe inviato un'informazione chiara al quartier generale: avvistata una scheggia impazzita.

In questo periodo di acclimatamento al nuovo lavoro, nuova azienda, nuovi colleghi e nuovi fornitori ho affinato un'organizzazione tale che mi permette durante la settimana di rimanere a Parma. Più o meno.
Il doc sta facendo in modo di essere lui "il genitore" della situazione: per l'inserimento a scuola, in caso di malattie, paturnie e capricci di Leo, Picca e la sottoscritta; c'è poi una nonna un po' imbranata, ma pur sempre una nonna, con un occhio di riguardo in più; poi la/le tate in avvicendamento laddove doc e nonna non arrivano. MC in questo periodo arriva ovunque meno che dai figli.

Ieri mi sono svegliata a Parma. Avrei dovuto passare la mattinata in azienda per poi andare a Milano nel primo pomeriggio. A Milano c'ero tra l'altro stata il giorno precedente. Dettagli di un'agenda, certo, ma fra un po' capirete dove vado a parare.

Arrivata in ufficio ricevo subito nota di cambiamenti di programma. Bazzecole.
Sbrigo varie ed eventuali e mi salta addosso un dettaglio inatteso. Pinzillacchere.
Il dettaglio inatteso richiede che io vada a Milano, all'istante. Quisquilie.
Chiamo l'autonoleggio: macchine non disponibili. Scava e scava e ne trovano una. Collega in sottofondo mi allerta di identificarmi con i titoli o mi assegneranno una macchina trattore. "Solito esagerato. Ora per una macchina ci vuole Picone…"

Arrivo alle chiavi: Fiat Qubo. Mi viene in mente un'operazione di lancio della Fiat in cui la finalista del concorso ha vinto grazie ad imprese mirabolanti.



Affronto l'autostrada e torna l'eco del mio collega. Prossima volta "Mi manda Picone" o arrivo dopodomani.

A Milano un traffico arrabbiato, il solito cielo anemico, missione parcheggio oltre l'impossibile. Sono in ritardo. Chiusa la prima tappa segue la seconda, dall'altra parte della città. E' la settimana della moda e se prendo un taxi rischio di passare il tempo in coda, con il naso spiaccicato sul finestrino a guardare i foto-modelli che passano. Sono figlia di genitori "alza il culo, mettilo sui mezzi pubblici e fai ciao ciao alle macchine ferme al semaforo". Lascio quindi la macchina in un silos e, in metro, arrivo dove già previsto. Mi batte un po' il cuore perché mi aspettano dei luoghi che mi hanno sempre affascinato: i quartieri post-moderni riabilitati a grandi templi della comunicazione. Dopo una riunione proficua con un collega in gamba, mi aspetta un'immersione (dicesi induction) nella storia della comunicazione della Barilla.



Flashback. Nonna Cattiva quando ha saputo che avrei lavorato in Barilla mi ha ricordato che, da adolescente, al passaggio di questo spot rimanevo letteralmente paralizzata.

NC non sapeva che in quel periodo ero cotta di un uomo di Parma, conosciuto in Francia, molto più grande di me ed evidentemente il mio aspirational desiderava il suo ritorno in Mercedes, nel casale in campagna, io organizzatrice di feste stilose e lui un pacco di spaghetti tra i denti. Con il senno di poi la lettura di questo ricordo potrebbe farsi articolata. Non è detto che non gli dedichi un post.

Sono le 18:30. Alle 19:00 devo essere da un'altra parte. Questa volta per un'occasione di crescita mentale. Mi piace vedere così una presentazione del guru BJ Fogg [correggo Fox in Fogg - il correttore automatico aveva sostituito una nebbia con doppia g in una volpe] sulla capacità persuasiva della rete. La sua idea è che grazie alle nuove tecnologie si possa realizzare la pace. La strategia dei piccoli passi. Grandi cose che si realizzano da piccoli dettagli. Piglia e porta a casa.

All'uscita mi svincolo da impegni professionali. Basta lavoro. Da un'altra parte mi aspetta una mia cara amica che non vedo da tempo e a cui posso raccontare i pensieri di questi giorni, senza sorrisi, grinta e auto-controllo. A lei che, come il doc, fa un lavoro così concreto e comprensibile. Devo recuperare la macchina nel silos. Ci posso arrivare a piedi ma è in zona stazione. E' buio e sono stanca. Sono realista. Saranno pure tutti in giro per modelle ma i malati di mente non stanno a guardare la mini-gonna.

Un angelo custode sconosciuto si offre di accompagnarmi a piedi. Potrebbe essere lui il maniaco. Sono troppo stanca. Mi fido. Non ci mettiamo pochissimo. Non riusciamo neanche a trovare l'ingresso pedonale del parcheggio. Sono le 22.
"Ciao. Piacere. Ci vediamo su FB". Come sono cambiate le modalità di relazione. Conosci una persona e il giorno dopo te lo trovi su Facebook. Cambi lavoro e il giorno dopo trovi dieci richieste di contatto su Linkedin.

Salgo la rampa del silos. A quell'ora l'Anapurna. Vado alla cassa. Un viso orientale mi comunica che accettano solo contanti. Ho solo 5 euro in tasca. In un parcheggio moderno con biglietti elettronici e tariffe stellari cosa vi manca per prevedere un bancomat? Riscendo la rampa alla ricerca di un distributore di soldi. Non sono mai fuori la porta. Sono così incazzata che se arriva il maniaco mi trasformo in Kill Bill.

Finalmente salgo in macchina e arrivo a casa della mia amica. Mi sento a casa. C'è anche la sua mamma in visita che ci ha preparato quelle che in quel momento sono per me le cose più calde e buone del mondo. Dovrei sentirmi mortificata per questi orari ma agli amici non devi mai spiegare nulla.

The end. Della giornata.

Sequel. Stamattina ho un aereo per gli Stati Uniti. Nel week-end passo a trovare mia sorella che non vedo da febbraio e i miei nipoti e mio cognato che non vedo da due anni. Lunedì invece sono a New York per lavoro. Torno giovedì mattina. Cool! Figo! Non c'è dubbio. Raccontiamo però anche quello che comporta questo sbattimento. Primo fra tutti quelle vocette bastarde, come direbbe Piattini, e quegli sguardi di biasimo come ha notato Silvietta, per tutto il tempo che sto togliendo ai miei bambini. Non sono così sicura di farcela.

Adesso vi chiedo un piccolo piacere. Toglietevi dalla testa questa falsa percezione di MC come donna cazzuta.
No, perché ultimamente sembra che vada per la maggiore.
Sarà il blog, l'uscita dalla rotonda, l'intervista geek ma io lo dico e lo ripeto: non sono affatto cazzuta. Spesso tra un tragitto e l'altro piango a dirotto, urlo forte, fortissimo che sono una pazza, litigo con il doc supplicandolo di salvarmi, di fare di me una persona semplice, senza pretese, ambizioni e interessi.
Mi risponde che non sa come fare. Salva bambini che nascono tre mesi in anticipo ma non trova il modo per fare di me una persona semplice.

martedì 8 settembre 2009

Shabby Geek

In questi giorni mi sta venendo il dubbio che non riuscirò a scrivere sul mio blog quanto vorrei ma evito di soffermarmi su questo pensiero. Lo farò, beno o male, ma lo farò.

Ho condiviso su questo blog il percorso dei mei cambiamenti e oggi voglio condividere con voi dove sono e cosa faccio.

L'occasione me la danno delle "ragazze" ad alto tasso tecnologico che stimo e che seguo con attenzione. Un giorno una di loro, Daniela Pavan, mi contatta per chiedermi un'intervista. "A me? Ma se proprio sicura?".

Ieri l'intervista è stata pubblicata su Girl Geek Dinners Italia.

Non amo le etichette, i cappelli sotto i quali limitiamo le nostre possibilità di esplorazione. Da giorni sto cercando il tempo per spiegarlo con lucidità e accuratezza (caratteristiche che normalmente spendo quando ne vale la pena) nel Blog Café di Vere Mamme. E lo farò. Trovo il tempo e lo faccio.

Mi fa piacere che le GGD mi abbiano percepito come una di loro e, forse, un po' geek nell'animo mi sento ma, forse, la definizione giusta sarebbe "shabby" geek:
una geek un po' trasandata, che trova nella tecnologia un supporto a tutti i propri casini. E non mi sento neanche tanto "girl", io che nelle mie conversazioni sorvolo sempre sui cliché di genere.

Tutto questo vedrò di approfondirlo da Flavia.

Nel frattempo sentitevi liberi di conoscermi un po' di più qui.

giovedì 3 settembre 2009

Non deve essere solo merito nostro

Quest'anno la mia Picca è riuscita a entrare in un nido comunale. Dietro però c'è un trucchetto. Normalmente, infatti, risultiamo essere cinquantesimi in lista d'attesa... e siamo a Bologna. Questo succede sicuramente nelle sezioni dei piccoli e dei medi. Per i solo duenni (sezione grandi), invece, dalle mie parti, c'è una struttura che le addette dell'ufficio scuola mi definirono "un salottino per prendere il tè: un posto delizioso con brave educatrici e che vanta anche un'attenzione e dei programmi di pregio". Sembrava ci fosse la fregatura tanto lo esaltassero. Il difetto sembrava essere l'orario: 7:30-13:30, pranzo incluso. Dopo sono cazzi tuoi: mamma a casa (se non lavora o lavora part-time), papà a casa (se non lavora o lavora part-time), nonni oppure tata.

A Bologna c'è la regola - solo per il nido, non per la materna - che se sottoscrivi un elenco di strutture e loro te ne assegnano una, non puoi dire: "No, questa non la voglio più, aspetto la prossima". Funziona: "Prendere o lasciare, lasciare il nido comunale".
Per questo motivo pochissime famiglie mettono nel loro elenco questo nido. Perché la maggior parte delle famiglie, evidentemente, ha bisogno del supporto anche di pomeriggio. Non me la spiego diversamente. Salvo il fatto che poi, l'anno successivo alla materna, il pomeriggio ci sono pochissimi bambini. Qualcuno mi aiuti a capire.

Le circostanze vogliono che sebbene lavori a tempo pieno, io abbia sempre vissuto i miei figli a due anni come incapaci di sostenere il tempo pieno al nido. L'ho sempre vissuta male. Colpa mia.
E così segnato nell'elenco quel nido, sia Leo che Picca, al compimento dei due anni, sono stati presi.

Oggi c'è stata la riunione dei genitori per presentare il nido, le educatrici, le ausiliarie, i genitori. Da comunicazione, la data di inserimento prevista per Picca era il 12 ottobre. L'inserimento prevede un ingresso graduale con la presenza del genitore (quasi sempre la mamma), per le prime due settimane. La riunione oggi era alle 14:30.
Se mi fossi soffermata su questi elementi, data di ingresso, durata e metodo di inserimento e orario dell'assemblea, avrei dovuto buttare alle ortiche la nuova opportunità di lavoro.

Qui entra in scena il doc. Se nella mia vita non ci fosse il doc che mi ha detto: "vado io alla riunione e convinco le maestre ad anticipare la data di inserimento" e soprattutto "quest'anno prendo io dei permessi e faccio io l'inserimento di Picca", mi sarei trovata in seri problemi. In generale se nella mia vita non ci fosse lui, non potrei essere qui a dichiarare che i cambiamenti sono nelle nostre mani.

Il doc ha portato a casa un bel 22 settembre.

martedì 1 settembre 2009

Il primo giorno di ogni cosa

Con estrema semplicità posso gridare che la mia prima e vera passione è viaggiare. Ma oggi non voglio scrivere di questa passione. Oggi voglio parlare di un nocciolo granitico che l'esperienza del viaggiare mi ha donato tanti, tantissimi anni fa e che mi porterò dietro in ogni esperienza di cambiamento e di migrazione.

Mia madre ha iniziato a lavorare con mio padre quando avevo 7 anni. Un lavoro che si concentrava per lo più nel periodo estivo e che ha portato i miei genitori a organizzare parte delle mie vacanze senza la loro presenza (determinismo familiare?) : prima la colonia gestita dalle suore, poi quella del comune, poi le vacanze studio all'estero, a volta anche per due mesi consecutivi, da minorenne. Poi finalmente le mie vacanze con lo zaino in spalla, da maggiorenne.

Quello che ricordo con estrema lucidità è quella sensazione di smarrimento e scoramento del primo giorno nel luogo in cui arrivavo: nella grande camerata di sole femmine con il crocefisso in vista; nel grande refettorio con le brocche d'acqua allineate; nella stanzetta della famiglia inglese/francese che mi ospitava per una manciata di spiccioli; nella canadese con i picchetti storti del campeggio di turno.

Tristezza? Macché. Io ero contentissima di quell'autonomia. Preparavo meticolosamente la lista delle cose da mettere nella mia valigia e arrivata nel posto nuovo ordinavo le mie cose con metodo. Mi sentivo grande, anzi adulta, indipendente.

Non il primo giorno però. Il primo giorno volevo prendere e tornarmene a casa. Non trovavo la strada per andare al bagno. Non capivo cosa dovessi chiedere da mangiare. Dovevo conoscere persone nuove. Nessuno capiva cosa avevo da dire.

Poi però sperimentavo più o meno uno stesso percorso. Iniziavo a dormirci sopra. Osservavo le regole del luogo e le facevo funzionare su di me. Guadagnavo sempre più la sensazione di familiarità. Tempo una settimana e mi sentivo padrona delle situazioni, delle conversazioni e soprattutto in confidenza con le persone. Smarrimento che mutava in confidenza.

Non ho mai perso questa consapevolezza, che una situazione di disagio e di inadeguatezza potesse trasformarsi con il tempo in un'esperienza familiare.

Oggi è stato il primo giorno di lavoro. Quelle sensazioni di languore, nausea, disorientamento mi hanno aggredita con più forza del solito. Volevo chiudermi in un bagno (dove cazzo sono i bagni in questo labirinto?) e piangere. Volevo io per una volta rifugiarmi tra le braccia dei miei bambini.

Mi sono aggrappata al nocciolo. Mi sono detta: "E' come sempre, domani questi nomi diventeranno noti e ritroverai la sicurezza delle abitudini".

Adesso vado a finire la mia birra.

venerdì 31 luglio 2009

Il tango degli addii

Avete letto bene: il "tango" e volutamente non il più noto "valzer", nonostante sia una profonda stimatrice di Kundera e abbia malinconicamente assorbito molti suoi scritti in età adolescenziale.

Scavi, scavi e i perché di una mamma cattiva emergono prepotentemente.

Dicevo un tango più emozionante e vibrante che ho ballato oggi, si fa per dire, nell'ultimo giorno di lavoro. Ricordate le mie dimissioni?

Ho visto arrivare questa giornata da lontano, da quando mi ero messa in testa di attuare un cambiamento, da quando poi qualcosa è successo, da quando, finita la scuola materna a fine giugno, ho trasferito Leo al nido di Picca, nel caldo asfissiante della città, con i richiami intorno di tanti coloro che riescono a portare i figli in vacanza molto prima.

Che poi venga rassicurata o meno da altri messi come me, da voi o da me stessa, è stato faticoso portarli in un luogo urbano e monotono. E' stato penoso tornare a casa e trovare il mio Leo parlante che mi implorava di preparare la valigia e dietro sua sorella a fare l'eco delle ultime sillabe: "igia", "igia".

Dopo due, tre giorni che lo faceva mi sono attrezzata. Ho stampato un calendario di luglio e gli ho proposto il gioco delle crocette. Ogni sera avremmo cancellato i giorni mancanti. Abbiamo disegnato il giorno della valigia e il giorno ultimo con la nave. I sabati e le domeniche erano rossi e niente scuola. L'ordine da seguire era come quello dei vagoni di un treno. Me la sono cavata con poco. Ogni sera sembrava l'impegno di andare a votare e se mai capitava di dimenticarlo, me lo ritrovavo alla porta: "MC, la c"r"ocetta, non abbiamo messo la C"R"OCETTA!"

Vi ci ho portati da lontano ma oggi ci siamo. Le crocette scarabocchio sono state diligentemente smarcate e domattina sul calendario dell'avvento estivo rimarrà il disegnetto della nave che ci porterà al mare.

Ma oggi, narravo, è stato anche l'ultimo giorno di lavoro a chiusura di un'esperienza intensa e determinante di undici lunghi anni. Ho scritto qualche email per salutare, dei messaggi più personali ad alcune persone chiave, mi sono fermata nei corridoi a parlare, sempre con l'ansia di correre e finire chissà, oramai, quale compito e all'ora di pranzo il rito del brindisi. Chiamare le persone non è stato semplice perché in undici anni conosci praticamente quasi tutti e ci sono anche quelli nuovi che conosci da poco ma con cui hai già iniziato un percorso. Ho chiamato alla fine tutti. Ho pensato: "se ne hanno voglia passeranno, se potranno passeranno, che sia quel che sia".
Undici anni si sentono tutti e con incredibile sorpresa sono venuti in tanti.

Tanti mi hanno mandato degli auguri, dei messaggi di stima e non ho resistito, li ho copiati e incollati tutti insieme e li ho infilati in una Wordle, una nuvola di parole.

Dicasi "Wordle" una nuvoletta di parole chiave ricorrenti che, in funzione della loro frequenza in un testo, si mostrano invisibili, piccole piccole, grandi, enormi e ti suggeriscono il peso di quelle parole, la loro importanza.

Strano ma una "tag cloud" ha un discreto potere evocativo.



[Wordle costruito con many eyes beta for shared visualization and discovery]

A questo punto non mi resta che salutarvi per un po'. Sono attrezzata per leggervi quindi non sparisco nel nulla ma, sicuramente, c'è "always on" e "always on".

Chiudo con un rimando alla poesia Lentamente muore (attribuita erroneamente a Pablo Neruda e che invece appartiene a una scrittrice brasiliana degli anni '60 Martha Medeiros), dedicatami dal mio gruppo di lavoro più stretto, quello con cui ho condiviso gioie e dolori. Loro non sanno che tra le varie poche cose portate via c'è proprio una vecchia stampata della stessa che tenevo nel cassetto. Evidentemente ci hanno visto lungo.

Grazie ragazzi. Sono i contenuti e la sostanza quello che volevate passarmi.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

[Martha Medeiros]