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martedì 29 marzo 2011

Motori Ruggenti

 
Ecco, ci siamo... Concentrati... Velocità, sono pura velocità. Un vincitore, 42 perdenti: i perdenti io me li mangio a colazione. Colazione? Forse avrei dovuto fare colazione, ora mi sentirei meglio... No no no, resta concentrato... Velocità... Sono rapido. Più che rapido, sono una saetta! (Saetta McQueen- Cars)
Chi parla non è MC, ma quando inizio a vedere questo film con i miei bambini, davanti a una ciotola di pop-corn, mi piace ascoltare queste parole di auto-motivazione che Saetta McQueen si racconta prima di iniziare la gara. Mi sembra di ascoltare quello che non sono, una persona poco competitiva che non ama dividere il mondo tra vincenti e perdenti. Eppure mi piacciono le sfide e mi piace farcela, ma contro me stessa e non contro degli avversari. Tutto questo suona molto buonista (io che sono una Mamma Cattiva) ma la mia vita racconta questo e non posso negarlo.

È un periodo in cui mi interrogo molto sul mio reale grado di competitività. Mi sforzo di tirare fuori un po' più di grinta e di energia anche con l'intento di trasmetterlo a Leo e Picca.

"Non ci riesco" dice Leo, "non ci (r)iesco" dice Picca.
"In questa casa le parole non ci riesco non esistono" risponde MC.
"Esistono delle parole magiche che hanno il potere di far riuscire le cose".
"Dimmi, MC, dimmi, quali sono queste parole magiche?".
"Ci provo" dice MC.
"Ci p(r)ovo" scimmiotta Picca.

Facciamo una prova. Leo la mattina non riesce ad allacciarsi i pantaloni.

"Non ci riesco" dice Leo.
"In questa casa le parole non ci riesco non esistono" risponde MC.
"Esistono delle parole magiche che hanno il potere di far riuscire le cose".
"Dimmi, MC, dimmi, quali sono queste parole magiche?", chiede Leo.
"Ci provo" dice MC.
"Ci p(r)ovo" scimmiotta Picca.
"CI PROVO" grida Leo e tre secondi dopo il bottone scivola nell'asola.
"Vedi? E' una parola magica. Se poi capiterà che non funzioni insisti e se proprio non funziona, mi vieni vicino e mi chiedi aiuto. Solo dopo aver provato la parola magica. Puoi anche dirla piano piano, senza che nessuno ti senta, "a bassa voce". In quel caso funziona meglio."

Siamo tornati dalla nostra prima settimana bianca tutti insieme.

Dopo ben venti anni ho rimesso gli sci ai piedi, io che ho iniziato da grande (se a 17 anni ci si può definire grandi), io che le prime volte recriminavo i miei genitori per non avermi messo su un paio di sci da piccola, quando non si conosce la paura, io che ce l'ho messa tutta per recuperare un po' di padronanza. Poi ho di nuovo smesso. Non so proprio perché. I fatti della vita.
E dopo venti anni è stato come rimontare su una bicicletta. Via giù per i pendii innevati.

Con Leo e Picca ho deciso di dare loro l'opportunità di scegliere. In questo momento sono io che li conduco. Più avanti decideranno loro cosa farne. Ma almeno potranno scegliere.

Il bilancio di questa prima esperienza è stato positivo. Si sono divertiti, hanno preso confidenza. Durante l'orario del corso, ogni tanto andavo a sbirciarli ma nascondendomi perché non volevo condizionarli e mi venivano le lacrime agli occhi. Hanno fatto la "gara" di fine corso senza neanche capire cosa fosse una gara. Leo ha detto di essere sceso piano perché ha sentito Picca dirgli di andare piano. Io mi sono resa conto di non aver spiegato loro cosa è una gara mentre scendevano.

Da lontano, ne sono certa, sentivo Leo e Picca sussurrare "a bassa voce": ci p(r)ovo.

[1 aprile 2011] Aggiornamento del post: Ieri mattina, solita scenetta ma gestita dal doc, i bambini che devono vestirsi per andare a scuola e Leo e Picca che dichiarano l'ennesimo "Non ci riesco". Io intercetto lo sguardo di Leo e al mio occhietto lui dice prontamente "ci provo". Il doc scatta e dice "No, ci provo, ci riesco e basta!" Della serie "andiamo dritti all'obiettivo". Secondo me il doc ce l'aveva con me. ;)

sabato 30 ottobre 2010

Tempo di feste

Ghirlanda di Tempo di Cottura
Quando inizi una corsa aspetti il momento in cui il fiato si spezzi, per proseguire con un migliore controllo dei movimenti, i muscoli caldi e via il fiatone. Vuoi continuare con la sensazione di meno fatica, con il sudore che si asciuga al vento. Ora il mio respiro si è rotto.

Le giornate procedono faticosamente, ingolfate, pesanti ma ci sono cose che hanno preso la loro strada.

L'asilo di Leo e Picca per esempio. Ho riconquistato il mio posto la mattina accompagnandoli io e questa cosa mi piace da morire. La scuola è la stessa per entrambi. Le classi e quindi le maestre diverse. Sia Leo che Picca si sono ambientati velocemente. Sono così cattiva che fin dall'inizio mi hanno salutata senza lacrime e dolori. Quando succede i genitori si disperano. Quando non succede si disperano lo stesso perché pensano che ai loro figli non freghi nulla di loro.

Comunque la routine è partita e con essa sono comparsi i primi biglietti da parte dei compagni di classe per invitarci alle feste di compleanno. Leo e Picca tornano con questi pezzetti di carta fotocopiati con Hello Kitty o Spiderman e ogni volta li attacco al frigo con la calamita di turno. Poi passato il giorno li butto nel secchio della carta. Senza essere andati alla festa. Perché? Perché queste feste sono tutte organizzate dal lunedì al venerdì alle ore 16:00 e io a quell'ora lavoro sempre.

Perché, lo chiedo io. Perché?

Chi riesce a portarli? Possono a quell'ora del pomeriggio quando io mando la tata a prenderli? Tutte le mamme o i papà possono?
Un po' mi dispiace non poterli portare perché sarebbe una buona occasione per conoscere altri genitori e socializzare ma soprattutto per loro. E' evidente che lo vorrebbero.

Ho provato a chiedere in giro per capire come gestire la cosa.
Una soluzione potrebbe essere mandarli con la tata ma per quanto per loro potrebbe essere una cosa normale, perché per loro normale è questa presenza, probabilmente sono io che mi riempio la testa di pensieri. Non potrei tollerare che il troll di turno faccia loro notare che vanno alle feste con la baby sitter invece che con la mamma.

Oppure potrei sperare in altre mamme libere in quell'orario. Già ma io poi quando rispetto il mio turno? E soprattutto quando le conoscerò mai queste mamme se lavoro sempre?

Altra soluzione potrebbe essere semplicemente fregarmene e aspettare la mamma che ci inviti di sabato o di domenica. Le faranno pure delle feste il sabato o la domenica!

Dovrei forse iniziare io?

mercoledì 1 settembre 2010

A casa di Design per bambini

Leo e Picca alle prese con il colore

Valentina di Design per bambini è oramai una cara amica. Persona precisa e rigorosa gestisce un blog che amo molto. Con passione e colore abbiamo conversato.

Le stanze dei nostri bambini parlano di noi e così vado da lei a parlare di me.

venerdì 27 agosto 2010

La prima cosa bella

Alzi la mano chi nella vita non si sia mai trovato a doversi esprimere sul concetto che "i figli sono la cosa al primo posto nella vita". Che tu ne abbia o meno, che tu li desideri o no sembra che a un certo punto si debba per forza salire in cima a una torre e decidere cosa buttare giù tra una missione a Capo Nord e i tuoi figli, tra una cena con l'amica A. e il torneo di scherma della primogenita.

Arriva il giorno in cui ti devi sedere e carta e penna o mouse alla mano, mumble mumble, e giù "al numero uno chi ci metto?".

Ma non lo so! Ma devo proprio? Ma perché poi?

Passi la classifica delle canzoni più amate negli anni '80, passi l'elenco dei più belli dell'università ma a questa lista delle priorità io non ci voglio stare e mi rifiuto di sentenziare in modo definitivo e imprescindibile che i figli sono la cosa più importante della mia vita.

Orrore! Ma che mamma cattiva che sono!

Che poi se io dico "No, i figli NON sono la cosa più importante della mia vita", mi credete? oppure se dico "Si, i figli SONO la cosa più importante della mia vita", pensate che in tutte le circostanze, i contesti e le situazioni più variegate della vita questo assioma possa essere vero?

Ma basta con questa fissazione di stilare elenchi di priorità e dichiarazioni assolute.

Quando ti nasce un figlio e poi magari anche un altro e un altro ancora vieni travolto da un milione di priorità che si intrecciano come una matassa presa di mira dal gatto Penelope e non hai neanche il tempo di salire in cima a quella torre. Piuttosto in cima alla torre ci andresti ma magari di nuovo da sola, in silenzio a goderti il paesaggio dei tetti e i colori del tramonto.

Sono stufa di perdere tempo alla ricerca di una risposta da dare al prossimo che mi fa la domanda o anche se non la fa ne vuole parlare.
La risposta è "non lo so" o "forse" o "dipende" o "sìììì" o "anche no".

La verità è che se arriva il momento di dover scegliere tra due strade, quando però succede e non quando potrebbe, forse oppure se, chiunque è obbligato a prendere una decisione e solo in quel momento in funzione del tempo che hai per decidere e del numero di fattori che hai la possibilità di valutare,  ti dovrai porre il problema. Nella quotidianità della vita è un'assoluta perdita di tempo dichiararlo.

Non fraintendetemi, non voglio togliere il piacere di dire "i miei bambini sono la cosa più bella della mia vita", vorrei solo alleggerire chi se la prende troppo a cuore quando il problema non si pone.

Ehi, tu. Lascia perdere. A me non interessa sapere chi e cosa è più importante per te. Me lo posso immaginare. Se ti conosco lo posso intuire.

***La prima cosa bella è un film di Paolo Virzì. L'ho visto pochi giorni fa e mi è piaciuto molto. Anche questa è una storia di priorità che nella vita cambiano. In ogni momento.

martedì 27 aprile 2010

Mamma Cattiva da Bravi Bimbi


Devo confessarvi che questa intervista di Barpapapà mi ha proprio divertita.

Le domande dirette ti spingono a cercare delle risposte adeguate e altrettanto dirette ed è un po' come ascoltarsi dall'esterno.

Ringrazio il sito Bravi Bimbi per questo bel momento di condivisione.

domenica 24 gennaio 2010

L'amore assoluto


La prima grande balla che il mondo ci racconta da femmine piccole è che un giorno, sull'orizzonte, si staglierà la sagoma di un bel principe azzurro sul suo cavallo bianco: arriverà, ci solleverà e ci porterà via nel suo castello incantato. Nonna Cattiva da qualche parte, credo nel suo Talismano della Felicità, conserva un mio tema scritto alle scuole medie (sul foglio protocollo, con lo spazio laterale per le correzioni, ma si usa ancora oggi?), in cui parlo proprio di questo mito. Rivelatorio come nello svolgimento io esprima la mia preferenza per la figura del "cavaliere", figura più combattiva, uomo self-made, più proattivo rispetto al principe, figlio di papà, nato con la pappa pronta, servito e riverito. Molto coerente con questo aspirational, i miei fidanzati non sono mai stati ricchi possidenti e quelli che poi lo sono diventati, impegnandosi, me li sono persi per strada.
Il doc non se la prenda di questa considerazione. Che lui non sia un ricco possidente ma un cavaliere con la maschera che lascia visibile solo il suo sguardo a me piace molto e non lo cambierei con nessun regnante.

La grande bugia però galleggia per lungo tempo sulla superficie del nostro inconscio femminile e, più o meno consapevolmente, passiamo un lungo periodo della nostra adolescenza e del nostro diventare adulte alla ricerca di un salvatore. Almeno per me è stato così e, appigliandomi a questa speranza, ho commesso degli errori che hanno lasciato delle belle cicatrici.

Questa non-verità te la raccontano tutti. Non diamo la colpa solo alla nostra mamma.
Cresci scontrandoti con migliaia di etichette e pre-concetti di genere e ti convinci che essere una donna è solo che un limite e quindi ti conviene dotarti dell'uomo giusto che tutto può e tutto potrà.
Da questa certezza nasce secondo me il concetto di amore assoluto. In questo concetto io sono stata impanata, fritta e rifritta. Mi è stato insegnato che amare significa esprimere e donare sentimenti di amore, lealtà, fedeltà, integrità senza alcuna condizione. Ami infinitamente indipendentemente da quello che ricevi in cambio. Se ci pensate bene, detto così, suona anche bene: io amo qualcuno e non mi aspetto nulla in cambio. Trascorrono le giornate, una dietro l'altra, a litigare e il giorno dopo l'amore assoluto ti regala l'oblio e fai finta di nulla; un giorno quella persona ti tradisce e l'amore assoluto ti permette di perdonare e di ricominciare daccapo; un altro, qualcuno che ami compie un crimine ma visto che la ami in modo assoluto, cerchi di capirlo, l'aiuti e continui ad amarlo. La persona si riscatta e l'amore assoluto ti fa dimenticare ogni sgarbo, ogni parola scomposta, ogni gesto sconsiderato.
Fino a qualche anno fa per me questo era tutto molto logico, radicato nel mio inconscio e qualsiasi voce interiore che mi allontanasse da questa certezza generava enormi sensi di colpa. Perché l'abitudine ai sensi di colpa ci appartiene prima ancora di avere dei figli.

A 25 anni ho scelto liberamente di sposarmi, con un uomo che conoscevo da meno di due anni. Mi sono laureata poco prima e mi sono trasferita a Bologna. Per amore, questo il motivo per cui ho lasciato Roma. La vita scorreva tranquilla, non avevo nulla di cui lamentarmi: avevo una casa, un marito bello e innamorato, gentile e generoso, fedele e premuroso, un lavoro, una città a misura d'uomo, la mia indipendenza tanto anelata. E poi c'era l'amore, quello a prescindere da chi sei tu, da quello che vuoi e dove vuoi andare. Cambiando le carte nulla sarebbe dovuto cambiare. Le carte non cambiavano eppure io non mi sentivo felice.

Quando la mente non trova risposta è il corpo che inizia a dare i suoi segnali. Il mio corpo espresse il desiderio di separarsi dall'anima. Fu il corpo a capire che quella vita non era la mia: un corpo eternamente in fuga che si rese conto di aver scelto l'uomo sbagliato, quello giusto e perfetto per un'altra ma non per quel corpo.
La cosa che feci più fatica a capire è che arriva un momento in cui la volontà non è più in grado di comandare. Oltre un certo limite "volere è potere" sono solo parole. Intorno ti dicono "devi ricominciare a nutrirti", tu ti dici "ma io voglio mangiare, non sono malata". Non si trattava di una consueta e di tutto rispetto storia di anoressia. Soffrivo tecnicamente di disturbi dell'alimentazione ma non sono mai stata definita anoressica. Iniziai e proseguii a non mangiare più perché dovevo punirmi per aver fatto del male a una persona buona e innocente e a tutte le persone che dicevano che infondo potevo essere felice.

L'esperienza è durata diversi anni e non si è risolta al primo turno. Mi sono curata con impegno perché la mia mente è sempre stata lucida e volevo guarire. Il mio corpo però non ne voleva sapere e ogni tanto ricadeva con me incredula, incapace di capire perché fosse così complicato riprendere il controllo della mia volontà. Ci sono riuscita, al solito, a piccoli passi, con l'aiuto di persone e cose.
Mi ricordo che la mia psico-analista mi prestò immediatamente un libro: Le brave ragazze vanno in paradiso e le cattive dappertutto di Ute Ehrhardt. Sosteneva evidentemente che la mia lotta perenne per essere una "brava ragazza" mi impedisse di essere me stessa, di capire che potevo farcela da sola anche senza l'appendice di un salvatore, di qualcun altro che facesse le cose meglio di me.

La vera svolta però fu capire, visceralmente e inequivocabilmente, che non esiste l'amore assoluto. Nulla è più vero dell'amore relativo, quello che si nutre di responsabilità, di coscienza, quello per cui ogni giorno ti guadagni quello che ti torna indietro.
E' una balla che qualsiasi cosa fai, l'altro ne esce indifferente. Nel mio caso non solo mi punivo per non riuscire ad essere quello che gli altri volevano per me, ma nelle relazioni mi permettevo di dire e fare qualsiasi cosa pensando che l'altro avrebbe accettato, mi avrebbe comunque amata. Non è così. Non è mai così. Possiamo raccontarcelo ma, alla lunga, qualsiasi nostra azione genera una reazione.

Lo scenario, per quanto suoni fisico e razionale, non cambia quando hai dei figli. Ci vendono lo stereotipo dell'amore assoluto e trasfigurato e se quindi ti trovi a vivere sentimenti contrastanti pensi di essere malvagia, di essere una mamma cattiva. Se invece capissimo che bilateralmente l'amore è sempre relativo, ci concederemmo dei momenti di pausa, vivremmo i momenti di difficoltà come provvisori e superabili e soprattutto, proprio perché bilaterale, responsabilizzeremmo i nostri figli a dosare parole, opere e omissioni.

sabato 5 dicembre 2009

Una famiglia liquida

La mia è una famiglia liquida.

Non chiedete al Doc di dove è. Ti risponde con una lunga pausa, come per mettere ordine nelle sue origini: nato a Napoli da una calabrese, si trasferisce a Catania a pochi mesi di vita, nella città natale del padre. Qui ci resta per sette anni per poi muoversi su Milano, studiare da doc a Pavia, lavorare a Lecco e poi di nuovo a Milano, dove nasce Leo. E poi a Bologna per vivere tutti insieme, dove nasce Picca. E se fin'ora non vi siete persi per l'Italia, vi sarete resi conto che in questa famiglia non ce n'è uno nato nella stessa città. Quando compilo moduli burocratici che prevedono stati di famiglia il padre è NA, la madre (cattiva) è RM, il primogenito è MI e la seconda è BO. E se tutto funziona prossimo anno siamo a PR.

Intorno alcuni sono tornati in Calabria, altri a Roma, altri sono tornati dagli States e altri ancora negli States.

Fermi tutti! Fermatevi tutti!

Ogni tanto questa liquidità assorbe rumori di sottofondo dai mille accenti e modi di dire. Tanti, troppi o mai abbastanza approcci culturali distanti invadono il campo. Per forza di cosa i punti di osservazione sono molto diversi e raramente coincidono con la voce narrante.

A me i luoghi comuni assegnati ai luoghi di origine mi fanno ridere perché tutti sono tutto e il contrario di tutto.

Spesso mi chiedo perché trovo compatibilità e sintonia con voci sconosciute nella rete rispetto ai vicini di casa.

Dove è la verità? Nel mondo fisico tangibile ma spesso sfacciato e maleducato o nel mondo virtuale, garbato e regolato da norme di comportamento spontanee? E se le due dimensioni coincidessero?

Per giocare con i miei figli ho imparato molte filastrocche musicate. Prima del loro arrivo le lallabavo soltanto poi, con Filastrocche.it, ho imparato le parole. Alcune le ho inventate e stasera ne dedico una a Jolanda, lei capirà.

Si chiama "L'orsetto Zafferano", io ispirata dalla marionetta che vedete in foto, dalla passione per il cibo di mio figlio Leo, nato a Milano in una famiglia liquida:
Io sono Zafferano, l'orsetto di Milano.
Mi nutro di risotto perché ne sono ghiotto.

Se c'è la cotoletta ne voglio una fetta.
Se poi c'è il Panettone ne sono golosone.

La mia bela Madunina canto in doccia la mattina.
Di giorno vado in Brera, ci resto finché è sera.

Tifo l'Inter con papà,
ma ci vuole fedeltà [n.d.a. ricorreva l'anno 2005, tempi un po' più duri per la squadra del doc]

Sono amico di Leonardo...
che talvolta è un po'...PETARDO!!! [n.d.a. ricorreva quella fase meravigliosamente rumorosa]

lunedì 23 novembre 2009

La solitudine di una Mamma Cattiva

[Le cattive madri di Giovanni Segantini, tratto da "La solitudine delle madri" di Marilde Trinchero]

Il titolo è un po' forte ma rende rispetto alle percezioni vissute in un periodo molto intenso trascorso insieme ai miei bimbi piccoli. Intendiamoci. Per me un bambino "piccolo" può definirsi dai 0 ai 24 mesi, poco più poco meno, perché credo di essere una di quelle mamme che vive l'uscita dal tunnel intorno ai due anni di vita dei propri figli. Per me, su per giù, il momento coincide con la fine di questa estate.

Il titolo è poi un chiaro riferimento e quindi una voluta citazione del libro "La solitudine delle madri" di Marilde Trinchero che, non a caso, ripongo nella libreria oggi che scrivo questo post. Perché il libro di Marilde l'ho affrontato tradizionalmente dalla prima all'ultima pagina sul filo di un pensiero unico, ma poi l'ho ricominciato a breve distanza (non l'ho quindi recuperato come un libro di cui si sente la nostalgia) e l'ho preso a morsi, sottolineando con una matita dei passaggi significativi che hanno evocato molti dei miei momenti difficili. Ho chiuso però il libro con una certa soddisfazione perché, oggi, che lo ripongo accanto agli altri della libreria, mi sento di non essere più sola. Sento di non sentirmi più sola perché non sono più sola dentro, perché dentro di me si è accomodata una voce narrante consapevole dei propri limiti, la stessa che mi ha suggerito di avviare questo blog, che mi ha spronato a dichiarare le mie debolezze per smontare i falsi miti della mamma capace di ogni cosa e per riconoscere molti dei sentimenti negativi vissuti: la noia, l'incertezza, l'inadeguatezza, la stanchezza fisica e mentale, l'intolleranza, il rimpianto.

Allineo il libro un po' stropicciato perché mi ha seguito in questi due mesi di vita un po' itinerante: Marilde è stata con me a casa a Bologna, spesso tra le mani di mia figlia; in un appartamento senza anima di Parma, bagnato da lacrime di pura stanchezza; a Milano in albergo; a New York, ma anche vicino a Boston, durante un incontro tra sorelle di generazioni diverse; a Londra, poi a Torino come se nel suo cammino avesse voluto abbandonare in luoghi diversi lo strascico di solitudine di tante madri che si sentono inadeguate, che amano i loro figli infinitamente ma non riescono a viverlo con leggerezza. E piano piano mi sono alleggerita io, m sono lasciata andare e sono tornata a casa con il batticuore, con il desiderio di vederli, di toccarli, di annusarli.

Riconosco di non aver vissuto bene i primi due anni dei miei bambini. Ho forse recuperato e goduto meglio Picca ma con entrambi ho sperimentato con grande disagio la poca comunicazione di questo tempo breve eppur infinito. Probabilmente le parole, la comunicazione rivestono per me un ruolo così determinante che mi sono trovata incapace a godere della loro bellezza non verbale.

Verso la fine del libro Marilde, arteterapeuta, racconta come le donne del gruppo, dopo aver praticato una tecnica di rilassamento, osservano alcune immagini raffiguranti la maternità. Ne devono scegliere una per poi riprodurla raccontando i possibili sentimenti dell'artista. Come un membro di quel gruppo scelgo l'immagine con l'albero:
"perché rappresenta la vita. Ma non solo la vita dal punto di vista materno : anche la mia. E mi suggeriva l'abbandono, il lasciarmi andare, lo scivolare via. Questo dipinto si intitola: Le cattive madri? Ebbene voglio essere una cattiva madre se secondo il senso comune - ancora oggi - una donna che vuole essere donna oltre che madre, è così considerata. Il corpo della donna che si stacca mi riporta anche al distacco dalla mia, di madre. Che fatica noi donne! Separarci dalle nostre madri, e poi dai figli: ma è forse l'unico modo per mantenere forte un legame con le fatiche, le gioie, gli affanni e le gratificazioni, volgendo nel medesimo tempo uno sguardo al futuro."
Il libro di Marilde è molto bello ma ciò che lo rende unico è la continuità di pensiero della sua autrice che è sempre voce partecipativa dei nostri blog. Grazie Marilde.

martedì 8 settembre 2009

Shabby Geek

In questi giorni mi sta venendo il dubbio che non riuscirò a scrivere sul mio blog quanto vorrei ma evito di soffermarmi su questo pensiero. Lo farò, beno o male, ma lo farò.

Ho condiviso su questo blog il percorso dei mei cambiamenti e oggi voglio condividere con voi dove sono e cosa faccio.

L'occasione me la danno delle "ragazze" ad alto tasso tecnologico che stimo e che seguo con attenzione. Un giorno una di loro, Daniela Pavan, mi contatta per chiedermi un'intervista. "A me? Ma se proprio sicura?".

Ieri l'intervista è stata pubblicata su Girl Geek Dinners Italia.

Non amo le etichette, i cappelli sotto i quali limitiamo le nostre possibilità di esplorazione. Da giorni sto cercando il tempo per spiegarlo con lucidità e accuratezza (caratteristiche che normalmente spendo quando ne vale la pena) nel Blog Café di Vere Mamme. E lo farò. Trovo il tempo e lo faccio.

Mi fa piacere che le GGD mi abbiano percepito come una di loro e, forse, un po' geek nell'animo mi sento ma, forse, la definizione giusta sarebbe "shabby" geek:
una geek un po' trasandata, che trova nella tecnologia un supporto a tutti i propri casini. E non mi sento neanche tanto "girl", io che nelle mie conversazioni sorvolo sempre sui cliché di genere.

Tutto questo vedrò di approfondirlo da Flavia.

Nel frattempo sentitevi liberi di conoscermi un po' di più qui.

giovedì 20 agosto 2009

The Honest Scrap Award...


Prima di pubblicare un post post-vacanze che mi annoia e convince poco, forse perché le mie vacanze non sono ancora terminate e si stanno rivelando noiose e poco convincenti, e trovandomi di nuovo davanti a un portatile (quello con tastiera americana di Nonna Cattiva), ho deciso di concedermi il primo meme da quando ho aperto questo blog.

Stefania di Albero Arcobaleno mi ha consegnato un Honest Scrap Award e volentieri partecipo, se non altro per citarla e dire pubblicamente quanto mi piace il suo blog.
È un blog sopraffine perché con creatività e spirito pragmatico riesce a far convergere pensieri ed azioni. Per me, che mi perdo sempre in riflessioni e cerco risposte in fatti, queste sono doti rare e preziose.

Condizioni di questo premio sono: raccontate ai vostri lettori 10 cose che si sappiano o meno di voi ma che sono vere. Indicate dieci persone che hanno diritto al premio e siate sicuri di far loro sapere che sono stati contrassegnati (un breve commento sul loro blog andrà bene). Non dimenticate di collegarvi di nuovo al blogger che vi ha premiato.

Ecco il mio turno e voglio farlo a modo mio, raccontando dieci ragioni spicciole e immediate per cui molte voci in giro bisbigliano che io sia una Mamma Cattiva.

Sarò semi-seria ma probabilmente dietro ad ogni punto potrebbe esserci lo spazio per un post. Se qualcuno volesse approfondire si faccia avanti e accoglierò volentieri l’interesse per tanta malvagità.

Here we go…

1) La dote della pazienza non appartiene a MC e fare la mamma senza pazienza è un ossimoro.

2) MC pensa che i bambini nascono piccoli ma poi devono diventare grandi e autonomi. Per questo il suo primo obiettivo di mamma è accompagnarli per mano…fuori di casa (e magari in giro per il mondo).

3) MC ama il cibo e i sapori veri. A quei poveretti dei suoi figli viene spesso impedito il consumo di molti cibi e bevande confezionati, cioccolato, fritti e affini; vietato aggiungere zucchero o miele nello yogurt bianco o nei cereali; niente biscotti Plasmon nel latte. E tanto altro ancora.

4) Per MC il sonno dei bambini è sacro prima per lei che per loro. Dopo aver letto pressoché tutti i manuali circolanti in merito, ha confermato di saper già tutto oltre i manuali: trascorsi i primi tre mesi in cui si vive in apnea, ha attivato una serie di rituali da fattucchiera e ha costretto i suoi figli a dormire il pomeriggio e la notte nel loro letto. Considerato il punto 1) l’impresa è stata titanica.

5) Se chiedi a MC quanto sono alti e quanto pesano i suoi bambini, a meno che non sia il giorno successivo alla visita pediatrica, lo ignora. Se poi le chiedi qualcosa sui percentili sicuramente ti risponde male, anche perché ancora non ha ben capito come funzionino (e il doc alza gli occhi al cielo).

6) MC non porta i suoi bambini a tutte le feste comandate dei compagni di asilo e dintorni, soprattutto a quelle di giovedì alle ore 16:00. Spesso le mamme degli asili, quando la incontrano, si presentano ogni volta oppure, se la salutano, le dicono “Non ti vediamo mai?! Ci siamo mai viste?”.

7) Durante lo svezzamento, prima che MC ricominciasse a lavorare, Picca per quindici giorni consecutivi non ne ha voluto sapere di assaggiare la pappa. Una mamma buona avrebbe proposto il solito. MC l’ha messa ogni volta a letto a digiuno. Picca ogni volta si svegliava come nulla fosse. Merenda e la sera latte. Il sedicesimo giorno è arrivata la tata, le ha preparato la pappa e Picca l’ha mangiata tutta. MC ha pianto molto.

8) A casa di MC arrivano molti giochi da parenti e amici. MC impedisce l’ingresso di armi, di giochi senza marchio CE, di doppioni, di Gormiti e Winx e di tutti quelli che, dopo una settimana di frastuono, turbano la psiche di MC e del vicinato. Ebay e il Gozzadini (solo nel caso di doppioni) aiutano il compito.

9) MC talvolta urla. Vedi punto 1) In quei casi bisognerebbe venderla su Ebay, in quanto gioco rumoroso.

10) MC preferisce premiare i suoi bimbi non tanto quando fanno una cosa fatta bene ma piuttosto quando affrontano con coraggio una difficoltà: una puntura, una caduta, un’esperienza in ospedale, una malinconia improvvisa. Preferisce …

A mia volta consegno il premio a:
Silvietta per Qualcosa sta cambiando
Marlene per Tra Rock e Ninna Nanne
Vivapochaontas
Vorrei ma non posso
Mamma in 3D
Renata per Due Minuti o Tre
Patrizia per Extra-Mamma
World Wide Mom
Leggi.my
MammYX di Non ho Valentina

[Sentitevi libere di partecipare al gioco]