Visualizzazione post con etichetta La sindrome della rotonda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La sindrome della rotonda. Mostra tutti i post
martedì 27 aprile 2010
Mamma Cattiva da Bravi Bimbi
Devo confessarvi che questa intervista di Barpapapà mi ha proprio divertita.
Le domande dirette ti spingono a cercare delle risposte adeguate e altrettanto dirette ed è un po' come ascoltarsi dall'esterno.
Ringrazio il sito Bravi Bimbi per questo bel momento di condivisione.
domenica 21 giugno 2009
Oltre la rotonda
Se avessi dato retta ai rumori di sottofondo sarei ancora a girare per rotonde. Sarei ancora in macchina avanti e indietro, casa-lavoro, lavoro-casa, senza mai gli occhi oltre. E questo i miei occhi davvero non lo meritano.
I miei occhi (per un attimo abbandono la modestia) sono sempre stati il mio punto forte, almeno dal punto di vista estetico. Fin da piccola ho avuto segnali che grazie agli occhi potessi ottenere tutto. Si fermavano per strada per dirmi quanto fossero belli. Fulminavo chiunque ci cadesse dentro e ho infranto diversi cuori grazie al loro colore.
Per chi non mi conosce personalmente a questo punto potrebbe farsi un'idea del tipo: "Aho! Ma scendi dal pulpito...Ma chi ti credi di essere?", oppure "Certo se così è stato, sarai piena di te, ricolma di auto-stima", o ancora "E dicci un po', dove sei arrivata grazie a questi fatidici occhi?".
A chi non mi conosce rispondo che questi occhi, alla prova dei fatti, sono serviti a ben poco. Fin da piccola (e tutt'oggi) non mi sono mai abituata a questo complimento. Al contrario ogni volta è come se fosse la prima volta. Mi emoziono dentro. E la mia auto-stima non se n'è mai nutrita perché ho sempre percepito che per farsi valere bisognasse tirar fuori il contenuto della testa e non le forme esterne. E fin qui nulla di nuovo sul fronte occidentale.
C'è di nuovo che a un certo punto, rientrata a lavoro dalla seconda maternità e apparentemente ricompensata da un incarico di maggiore responsabilità, mi ritrovo in una situazione di stallo. C'erano i miei due bimbi, un compagno di vita impegnato e responsabile, a cui mai ho dovuto spiegare che le mie esigenze sono quelle di una persona piuttosto che di una donna, c'era una vita organizzata in funzione del lavoro e degli imprevisti.
Le voci erano importanti e impertinenti: ma perché non chiedi un part-time? Se i bimbi si ammalano devi rimanere tu con loro. Cosa importa la carriera, hai la tua famiglia ora. Di cosa ti lamenti, ci sono donne che sono costrette a smettere di lavorare perché continuare è più costoso del sistema di supporto. Hai la salute. Hai un uomo che ti aiuta. "E c'avete pure ragione!".
Nella mia testa mi ero costruita una storiella a cui avevo attaccato l'etichetta di "Sindrome della rotonda". Me la raccontavo ogni mattina sul mio percorso verso l'ufficio. Ne segnalavo lo stato su Facebook, con un po' di ironia. Ma era una cosa seria.
Significava svegliarsi ogni giorno con la voglia fortissima di uscire di casa, di lasciarmi dietro tutti i rumori e le fatiche di questa famiglia per trovare un po' di libertà e di me stessa nel lavoro, al di là del mio quartiere, in quella zona industriale delimitata da una serie di rotonde.
Da un'amica che fa proprio il curioso lavoro di eseguire gli studi di fattibiltà delle "rotatorie alla francese", ho imparato che sono diversi i vantaggi di questa scelta rispetto ai tradizionali incroci. Oltre alla maggiore sicurezza sembra che si riduca il rumore e l'inquinamento, che i camion riescano a evitare le inversioni di marcia e che l'aspetto architettonico indubbiamente ci guadagni. Alla mia amica dicevo che quelle rotonde, soprattutto l'ultima, rappresentavano per me l'arrivo a un punto di non ritorno.
Più mi avvicinavo e più diventavo consapevole di quello che mi aspettava: la saturazione, l'estinzione di ogni vena di creatività, la stanchezza mentale. Un tempo amavo infinitamente quell'azienda, ero orgogliosa di lavorarci perché è un luogo che vende sogni, che alimenta passioni che tu abbia o meno la possibilità di avere uno di quegli oggetti a casa. Non riuscivo più a farmi trascinare e così, arrivata all'ultimo rondò provavo un desiderio irrefrenabile di tornare indietro, ma indietro c'erano quei rumori e la noia della casa, avanti i rumori e la noia dell'ufficio.
La rotonda ti permette di girare, non sei obbligato a imboccare la svolta, a meno che non ci sia qualcuno a osservarti che decida di chiamare un medico per recuperarti.
Che cosa puoi fare? Svolti per il mare? Una volta sì, due sono troppe. Svolti per il centro e i negozi? Una volta sì, due sono dispendiose.
Non ero però alla svolta. Mi limitavo a imboccare la strada dell'ufficio all'andata e la strada di casa al ritorno.
Che io navighi in internet è indubbio. E' il mio lavoro. Ma che io frequenti siti dedicati alle mamme è meno scontato. Ho iniziato malata della sindrome. E sono caduta in Vere Mamme. Qui ho colto dei contenuti diversi. Fateci un giro se ancora non li conoscete. Mi interessava lo spunto alla presa di coscienza delle proprie potenzialità. Mi piaceva che non si parlasse dei 7 modi per cambiare i pannolini. Mi facevano ridere spassionatamente i contributi di scrittrici come Piattini o La Staccata. C'è Ondaluna che ci racconta la sua gestazione con piena autenticità. Per non parlare di tutte le donne che scrivono in rete, che non ti raccontano le numerose falsità sulla maternità e che inizi a conoscere tra le conversazioni (vedi qui a lato V.I.M).
Un giorno Flavia e Piattini di VM lanciano il Blogcafé, un luogo-non-luogo dove i frequentatori vengono invitati ad esprimersi liberamente, ma nel perimetro di un tema specifico. Il primo titolo invita a raccontare una situazione in cui ti sei sentita arenata. La mia rotonda in quel periodo era peggio delle sabbie mobili. Il post che ne è uscito è ormai storia.
Ho reso impossibile a Flavia attraversare una rotonda senza pensarmi. Non è un risultato eccellente?
Ho iniziato così ad ascoltare altri rumori e a scegliere quelli che solleticavano le mie personali corde. Ho aggredito una ad una le voci fastidiossime che volevano convincermi che mi sarei dovuta sedere, accontentare di quello che avevo perché era sufficiente, il male minore.
Ho pensato che potevo diventare io la voce narrante per contrastare i consigli non richiesti, le aspettative degli altri, le chiacchere sterili, i sensi di colpa congelanti.
Questo blog nasce e prosegue con questo scopo. Per dare, insieme ad altri, delle visioni ma soprattutto delle azioni, alternative.
C'è un seguito alla sindrome della rotonda.
La mia alzata di testa mi ha fondamentalmente suggerito (e che ci voleva direte...) che la soluzione potesse essere "cambiare lavoro". Fin qui tutto facile e tutto difficile.
Il fatto è che quando te lo metti in testa sul serio le cose accadono. Ho smesso di pensare alle rotonde. Il cervello era talmente in fermento che non le vedevo più. Ho lavorato su me stessa come una macchina da guerra e...venerdì ho dato le dimissioni.
La cosa veramente curiosa è che, per un periodo, il nuovo lavoro mi richiederà di imboccare l'autostrada e che la città dove andrò è fitta di rotonde :)
I miei occhi (per un attimo abbandono la modestia) sono sempre stati il mio punto forte, almeno dal punto di vista estetico. Fin da piccola ho avuto segnali che grazie agli occhi potessi ottenere tutto. Si fermavano per strada per dirmi quanto fossero belli. Fulminavo chiunque ci cadesse dentro e ho infranto diversi cuori grazie al loro colore.
Per chi non mi conosce personalmente a questo punto potrebbe farsi un'idea del tipo: "Aho! Ma scendi dal pulpito...Ma chi ti credi di essere?", oppure "Certo se così è stato, sarai piena di te, ricolma di auto-stima", o ancora "E dicci un po', dove sei arrivata grazie a questi fatidici occhi?".
A chi non mi conosce rispondo che questi occhi, alla prova dei fatti, sono serviti a ben poco. Fin da piccola (e tutt'oggi) non mi sono mai abituata a questo complimento. Al contrario ogni volta è come se fosse la prima volta. Mi emoziono dentro. E la mia auto-stima non se n'è mai nutrita perché ho sempre percepito che per farsi valere bisognasse tirar fuori il contenuto della testa e non le forme esterne. E fin qui nulla di nuovo sul fronte occidentale.
C'è di nuovo che a un certo punto, rientrata a lavoro dalla seconda maternità e apparentemente ricompensata da un incarico di maggiore responsabilità, mi ritrovo in una situazione di stallo. C'erano i miei due bimbi, un compagno di vita impegnato e responsabile, a cui mai ho dovuto spiegare che le mie esigenze sono quelle di una persona piuttosto che di una donna, c'era una vita organizzata in funzione del lavoro e degli imprevisti.
Le voci erano importanti e impertinenti: ma perché non chiedi un part-time? Se i bimbi si ammalano devi rimanere tu con loro. Cosa importa la carriera, hai la tua famiglia ora. Di cosa ti lamenti, ci sono donne che sono costrette a smettere di lavorare perché continuare è più costoso del sistema di supporto. Hai la salute. Hai un uomo che ti aiuta. "E c'avete pure ragione!".
Nella mia testa mi ero costruita una storiella a cui avevo attaccato l'etichetta di "Sindrome della rotonda". Me la raccontavo ogni mattina sul mio percorso verso l'ufficio. Ne segnalavo lo stato su Facebook, con un po' di ironia. Ma era una cosa seria.
Significava svegliarsi ogni giorno con la voglia fortissima di uscire di casa, di lasciarmi dietro tutti i rumori e le fatiche di questa famiglia per trovare un po' di libertà e di me stessa nel lavoro, al di là del mio quartiere, in quella zona industriale delimitata da una serie di rotonde.
Da un'amica che fa proprio il curioso lavoro di eseguire gli studi di fattibiltà delle "rotatorie alla francese", ho imparato che sono diversi i vantaggi di questa scelta rispetto ai tradizionali incroci. Oltre alla maggiore sicurezza sembra che si riduca il rumore e l'inquinamento, che i camion riescano a evitare le inversioni di marcia e che l'aspetto architettonico indubbiamente ci guadagni. Alla mia amica dicevo che quelle rotonde, soprattutto l'ultima, rappresentavano per me l'arrivo a un punto di non ritorno.
Più mi avvicinavo e più diventavo consapevole di quello che mi aspettava: la saturazione, l'estinzione di ogni vena di creatività, la stanchezza mentale. Un tempo amavo infinitamente quell'azienda, ero orgogliosa di lavorarci perché è un luogo che vende sogni, che alimenta passioni che tu abbia o meno la possibilità di avere uno di quegli oggetti a casa. Non riuscivo più a farmi trascinare e così, arrivata all'ultimo rondò provavo un desiderio irrefrenabile di tornare indietro, ma indietro c'erano quei rumori e la noia della casa, avanti i rumori e la noia dell'ufficio.
La rotonda ti permette di girare, non sei obbligato a imboccare la svolta, a meno che non ci sia qualcuno a osservarti che decida di chiamare un medico per recuperarti.
Che cosa puoi fare? Svolti per il mare? Una volta sì, due sono troppe. Svolti per il centro e i negozi? Una volta sì, due sono dispendiose.
Non ero però alla svolta. Mi limitavo a imboccare la strada dell'ufficio all'andata e la strada di casa al ritorno.
Che io navighi in internet è indubbio. E' il mio lavoro. Ma che io frequenti siti dedicati alle mamme è meno scontato. Ho iniziato malata della sindrome. E sono caduta in Vere Mamme. Qui ho colto dei contenuti diversi. Fateci un giro se ancora non li conoscete. Mi interessava lo spunto alla presa di coscienza delle proprie potenzialità. Mi piaceva che non si parlasse dei 7 modi per cambiare i pannolini. Mi facevano ridere spassionatamente i contributi di scrittrici come Piattini o La Staccata. C'è Ondaluna che ci racconta la sua gestazione con piena autenticità. Per non parlare di tutte le donne che scrivono in rete, che non ti raccontano le numerose falsità sulla maternità e che inizi a conoscere tra le conversazioni (vedi qui a lato V.I.M).
Un giorno Flavia e Piattini di VM lanciano il Blogcafé, un luogo-non-luogo dove i frequentatori vengono invitati ad esprimersi liberamente, ma nel perimetro di un tema specifico. Il primo titolo invita a raccontare una situazione in cui ti sei sentita arenata. La mia rotonda in quel periodo era peggio delle sabbie mobili. Il post che ne è uscito è ormai storia.
Ho reso impossibile a Flavia attraversare una rotonda senza pensarmi. Non è un risultato eccellente?
Ho iniziato così ad ascoltare altri rumori e a scegliere quelli che solleticavano le mie personali corde. Ho aggredito una ad una le voci fastidiossime che volevano convincermi che mi sarei dovuta sedere, accontentare di quello che avevo perché era sufficiente, il male minore.
Ho pensato che potevo diventare io la voce narrante per contrastare i consigli non richiesti, le aspettative degli altri, le chiacchere sterili, i sensi di colpa congelanti.
Questo blog nasce e prosegue con questo scopo. Per dare, insieme ad altri, delle visioni ma soprattutto delle azioni, alternative.
C'è un seguito alla sindrome della rotonda.
La mia alzata di testa mi ha fondamentalmente suggerito (e che ci voleva direte...) che la soluzione potesse essere "cambiare lavoro". Fin qui tutto facile e tutto difficile.
Il fatto è che quando te lo metti in testa sul serio le cose accadono. Ho smesso di pensare alle rotonde. Il cervello era talmente in fermento che non le vedevo più. Ho lavorato su me stessa come una macchina da guerra e...venerdì ho dato le dimissioni.
La cosa veramente curiosa è che, per un periodo, il nuovo lavoro mi richiederà di imboccare l'autostrada e che la città dove andrò è fitta di rotonde :)
Iscriviti a:
Post (Atom)
