Prima di diventare genitori si è solo figli e come figlio hai solo il ricordo e il vissuto sulla pelle della relazione con i tuoi genitori.
Tipicamente quando poi diventi genitore, madre perché sto parlando di me, si ritrova un filo di ricongiungimento con la propria di madre e si capiscono sentimenti, fatiche, severità e desideri trasposti. Non nego di aver capito mia madre molto più da madre che da figlia ma riconosco anche di averla portata al suo posto, al mio livello rendendola più umana e quindi, in questo senso, più comprensibile.
Eppure la conseguenza più inaspettata, vissuta nel mio divenire ed essere genitore, è stata e continua ad essere la comprensione di mio padre.
Ho sempre saputo di essere molto simile a mio padre, soprattutto nei difetti, e questo ha spesso generato un conflitto di interessi. Se c'è una cosa che in questi anni ho realizzato è che quando una persona ti risulta particolarmente indigesta è perché, il più delle volte, ti somiglia piuttosto che sembrarti diversa. Le persone che più ci disturbano sono spesso proprio quelle in cui ritroviamo i nostri limiti, i nostri spigoli e specchiarvisi non può che recare disturbo.
Da figlia riflettermi in mio padre è stato frustrante, mentre da madre è diventato un momento di riconciliazione. Prima non capivo il sentimento forte e devastante di gelosia che lo portava a non accettare l'amore assoluto di mia madre nei confronti di noi figli, oggi mi ci immedesimo quando vedo che i miei figli hanno priorità su tutto e invece che unirci come coppia ci allontanano. La coppia passa in secondo piano, in certi casi si annulla. Si amano sempre e troppo i figli rispetto a chi quei figli li ha desiderati e generati.
Oggi capisco molto di più l'amore relativo, offeso di mio padre che quello assoluto e superbo di mia madre, quasi mi sembra che avesse più senso di quello senza condizioni per individui che a un certo punto devono affrancarsi da te e prendere la loro strada.
Ideale credere che in futuro ci sarà una famiglia, auspicabile che resti la coppia.
Link di approfondimento:
Quando il progetto fallisce
Gestire i conflitti di coppia
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martedì 5 aprile 2011
mercoledì 23 dicembre 2009
Balla che ti passa

Da piccola, come da copione, volevo diventare una ballerina di danza classica. Non lo volevo solo io, ma anche Nonna Cattiva e ancora più di lei la sua mamma, la mia nonna.
Mia nonna, fin dall'età di quattro anni, mi accompagnava a scuola di danza, con una Mini Cooper color cacca. Eravamo nei primi anni '70 e avere una nonna che guidava la macchina era un fiore all'occhiello. Se poi la nonna in macchina cantava con te a squarciagola e ti raccontava storie bellissime c'erano i presupposti perché diventasse la tua eroina. E lei lo era. Era la mia musica, il mio esempio di vita vissuta con passione e nel mio cuore è tutt'ora la persona più bella che sia mai stata nella mia vita. Quando ci ha lasciati, anche se erano già capitati episodi di morte prematuri, io ho veramente realizzato per la prima volta cosa significasse perdere una persona che ami.
Mia nonna amava la musica, la danza e lo spettacolo e lo ha trasferito ai suoi figli e ai suoi nipoti e magari qualche soddisfazione sono riuscita a dargliela.
A sei anni iniziai i corsi propedeutici dell'Accademia Nazionale di Danza di Roma. Frequentavo con rigore e assiduità le lezioni che però, per i piccoli, si tenevano in vecchie palestre sparse in giro per la città. Mi ricordo che per un paio di anni andai in una sede di Via de' Giubbonari, per chi è pratico di Roma nella zona di Campo de' Fiori, dove Giordano Bruno fu arso vivo e, all'epoca, eravamo nel pieno degli anni di piombo. Capitava che annullassero le lezioni per le manifestazioni oppure ti fermassero per chiederti di perquisirti per vedere se in borsa portavi una bomba molotov. E mia nonna in tutta risposta faceva il segno del Duce come volesse mettere le cose in chiaro. Era una donna di quell'epoca e che ci piaccia o no molte si riconoscevano in quella storia. Crescendo ho poi maturato una mia posizione ma su certe idee, con lei, non mi sono mai messa di traverso, perché mi divertiva, mi insegnava la forza di determinazione, il rispetto per le persone, l'amore assoluto in cui poi non ho mai più creduto.

Alle scuole medie entrai ufficialmente in Accademia. Mia nonna dalla mini marrone era passata a una lunga Ford argento metallizzato. Era piccola di statura e per arrivare al volante metteva due cuscini sotto al sedere. Chiudo gli occhi e la vedo: lo sguardo spavaldo e le mani lunghe.
In Accademia frequentavo le lezioni di ballo, compresa la scuola obbligatoria, tutti i santi giorni, in una sede meravigliosa sul colle dell'Aventino. Dalle ampie vetrate delle aule dal pavimento scricchiolante di legno, odor di gesso e sudore, vedevo, mentre praticavo alla sbarra, il colle Palatino e le rovine dei palazzi imperiali romani. Vivevo in una specie di bolla insonorizzata in cui alimentavo un sogno che via via si diluiva attraverso le regole ferree, la ruvidità della vecchia direttrice che proibiva al suo passaggio di giocare, il dolore provato per sviluppare il collo del piede, scaldato dall'olio di canfora. Proseguivo sempre più demotivata, accattivata dai richiami del mondo intorno che andava avanti, fin quando, in prima liceo, si fece acuta una voce di ribellione, tanto grande da portarmi una sera a respirare forte e dire a mia madre, in uno stato di apnea, che avrei smesso, che la danza continuava a piacermi ma che non volevo più stare a quelle regole, che avrei potuto fare altro. Nonna Cattiva forse non me l'ha mai perdonato ma io feci, allora, la mia prima scelta autonoma.
Da allora non ho mai più praticato la danza classica. Ho frequentato corsi di danza moderna, contemporanea, jazz, afro-cubana ma mai più la danza classica. Dopo che hai provato un frustino da cavallo sulle costole per insegnarti a stare dritta, capito che ci vuole vero talento per diventare qualcuno, sentito troppe volte che sei troppo alta, che devi mangiare poco o diventi grassa, inizi a pensare che la vita è altrove e va vissuta diversamente.
La danza però ti rimane dentro, un marchio indelebile che ti accompagna nei movimenti e si incolla a ogni singolo muscolo del tuo corpo e della tua anima.
L'elasticità, le aperture e la fluidità di me bambina sono andate perdute ma, tutt'oggi, quando metto un pezzo di Tchaikovsky, braccia e gambe si animano e mi lascio andare a un ballo liberatorio.
I miei bambini hanno scoperto questa cosa e, se una musica li ispira, mi chiedono entrambi "Mamma balli?". Vogliono che li prenda per mano, in tondo, in braccio, a terra e partono le risate dall'interno della pancia e si divertono immensamente. Non si stancano mai. Sono io che con il fiatone devo dire loro "basta", la mamma è arrivata. E non esistono discriminazioni: Leo e Picca si lasciano andare, maschi e femmine, ballerine e soldatini. A nessuno viene in mente che la danza è roba da tutù, che è solo di colore rosa e per chi ha i capelli lunghi. Il ritmo ti prende da dentro e non ti chiede di che sesso sei.
Nella mia sala da pranzo c'è un ritratto di mia nonna. I bambini mi chiedono spesso se sono io. "Quella è la mia nonna. E' lei che mi ha insegnato a vivere con passione".
Le immagini sono tratte dal sito dell'Accademia Nazionale di Danza.
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