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sabato 21 agosto 2010

Voglie di una donna non più incinta

Varenna, ottobre 2005 [autoscatto]
Occupiamo finalmente la nuova casa di Parma. I bambini sono ancora lontani dalle attività di messa in ordine e si godono gli ultimi giorni dai nonni, mentre noi lavoriamo e mettiamo tutto a posto.

Ho vissuto nove mesi di "commuting", termine appreso, mio malgrado, pochi giorni dopo l'inizio del tram-tram tran-tran, tra Bologna e Parma. Non proprio quanto una gravidanza visto che si usa ragionare in termini di quaranta settimane, ma quasi. Una vita d'inferno, pesante, sempre lontana dai miei bambini che però sembra non abbiano accusato il colpo. Certo durante le vacanze l'effetto "cozza" si è amplificato in Picca ed è riemerso in Leo ma tutto sommato, ora che non sono più tanto bavosi e portatori di rifiuti ingombranti, mi hanno ricompensata di un periodo così alieno.

Forse perché sapevo che ero vicina alla fine, ma ultimamente proprio non ce la facevo più. Mi infilavo in quella macchina con l'idea che per arrivare in ufficio ci avrei impiegato troppo, con un sonno pericoloso e insidioso. La sera poi, sempre troppo buio, non riuscivo più ad arrivare per mangiare insieme; quando andava bene ci scappava una favola e il fine settimana ero sempre troppo stravolta per dare il meglio di me.

Quando si arriva troppo stanchi alla fine della giornata ci si rende conto che stai togliendo tanto agli altri e a te stessa e non va bene. Se possibile bisogna intervenire e tagliare da qualche parte, dove possibile.

Dopo nove mesi, quindi, abbiamo partorito una nuova casa. Mi piace. Abbiamo traslocato tutto quello che c'era nella precedente, anche alcuni colori, per ritrovarci in qualcosa di già familiare.

Flashback: Dopo pochi giorni nella nuova azienda feci una riunione per il passaggio di consegne di una persona dimissionaria. Fuori dal contesto lavorativo scambiammo due chiacchiere e ovviamente uscì fuori la mia storia di trasfertista. La persona mi ascoltava con particolare attenzione. Probabilmente raccoglieva dettagli. Un'altra, presente anche lei alla conversazione più tardi a pranzo, se ne uscì con una frase impulsiva: "sai che ci vedrei bene MC nella tua casa?" . In effetti lei sobbalzò e disse che stava pensando alla stessa cosa. Il caso volle che questa persona andava via per seguire la sua famiglia in un'altra città. Anche lei con due bambini aveva deciso però di traslocare alla fine delle scuole. Anche per lei ci sarebbero stati nove mesi di attesa. Ha un non so che di magico e serendipico ma in effetti le nostre esigenze coincidevano alla perfezione. Nei mesi successivi mi decisi ad andare a vedere la sua casa, poi ci tornai per farla vedere al Doc e poi ancora per capire se potevamo permettercela. C'è stato un momento in cui sembrava che non se ne facesse nulla, ma poi ci siamo tornati sopra e la cosa si è conclusa bene.

Back forward: Da qualche giorno sono concentrata su una serie di richiami e ho voglia di ascoltarli e di crederci. Vorrei chiamarle le voglie di una donna non più incinta. Non preoccupatevi non ho voglia di raperonzoli. Sono suggestioni dettate dagli ultimi cambiamenti, dalla nuova città e dalla nuova vita che mi aspetta.

Eccole:

Voglia di bicicletta - Qui a Parma ci sono i pedoni, i motorizzati e chi va in bicicletta. Quest'ultimi sono una categoria molto preponderante tanto che i primi due devono apprendere nuove tecniche per prevederli e affrontarli. Ho già imparato che quando esco da un parcheggio non devo guardare solo lo specchietto retrovisore ma prima di tutto il fianco di uscita perché tre su cinque arriva un ciclista e lo prendo in pieno. Fatto sta che sono contagiosi e io devo dotarmi di una bicicletta nuova da città. Ora poi capisco la risata di una collega quando le comunicai con entusiasmo che sotto la nuova casa c'era un negozio di biciclette. A Parma ci sono tanti negozi di bici quanti sono i numerosi istituti bancari.

Voglia di forma fisica - 'Sta storia di avanti e indietro e vita bislacca hanno decisamente influito sulla perdita di quel grado di forma fisica in cui mi sento a mio agio. No, non sto parlando di quello che vedete voi ma di quello che sento io. Ho preso il vizio di mangiare tanto e male. Ho preso quei chili in più nei posti sbagliati e soprattutto sono priva di tonicità. La nuova casa è senza ascensore e arrivo al piano con la lingua intorno al collo. Leo tra l'altro ha scoperto un banale movimento che tanto somiglia alla respirazione di pancia nella pratica dello Yoga. Mi è venuto in mente di raccontarglielo e adesso è fissato che lo porti a fare yoga. Certo mi piacerebbe pure andare a fare un corso di danza e non di certo sono attratta dalla palestra e i suoi umori. Insomma bisogna muoversi, io, il Doc e i bambini, ma senza cambiare città questa volta.

Voglia di cucina - Ma come? Bici, movimento e poi cucina? Diciamo che ho voglia di recuperarla. Svuotando scatoloni mi sono resa conto di quanto poco ho "creato" in questo lungo periodo. Ho attrezzi che potrebbero fare miracoli e sono fermi da troppo tempo. Ho paura pure di averci perso la mano. Ho voglia di riprendere, di sperimentare. Ho pure voglia di starmene un po' a casa. E che diamine! E a tutto questo è legata una gran voglia di socialità, quella fatta dagli amici e dai pochi familiari veri che mi sono rimasti.

Voglia di cancellare il mio profilo su FB - Ci avete mai provato? Me lo aveva detto un amico e io non ci credevo. Se lo fai ti propongono dei messaggi un po' patetici neanche stessi abbandonando i tuoi figli. Non che non mi piaccia il social network dei social network, al contrario sono sempre stata piuttosto attiva ma, chissà perché, quando mi prendono gli attacchi di insofferenza per tutto e per tutti, la prima cosa che vorrei fare è spingere quel bottone per sempre. Questa cosa sarebbe da psicoanalizzare. O magari semplicemente da fare.

Voglia di champagne e pizza - Champagne? Sì, champagne. Con la pizza? Ora mi spiego. Prima di trasferirmi non capivo perché durante alcuni convivi locali si tendesse a ordinare spesso lo champagne. Credevo di essermi infilata in un nuovo livello o che gli amici di bisboccia tendessero, come direbbero a Bologna, a fare gli "sboroni". Però non si trattava di champagne noti, ma sempre di etichette "nobrand", quelle cose che senti che sono buone ma non sono poi così famose, almeno per i non intenditori. Vivendo a Parma ho già capito dove sta la questione. Parma ha tra le sue massime aspirazioni quella di essere vissuta come una piccola Parigi e quindi lo champagne è di uso comune. Lo vendono e servono ovunque, anche in latteria e appunto in pizzeria. Margherita e champagne. Buone etichette, cantine di nicchia, una roba chic e sfiziosa. Come fai a non farti venire voglia, per di più non più incinta?

Insomma siamo nella futilità, del resto se quella disgraziata di mamma cattiva non avesse avuto voglia di raperonzoli, la figlia non si sarebbe invischiata in quella strana e sofferta storia d'amore.

mercoledì 23 dicembre 2009

Balla che ti passa


Da piccola, come da copione, volevo diventare una ballerina di danza classica. Non lo volevo solo io, ma anche Nonna Cattiva e ancora più di lei la sua mamma, la mia nonna.
Mia nonna, fin dall'età di quattro anni, mi accompagnava a scuola di danza, con una Mini Cooper color cacca. Eravamo nei primi anni '70 e avere una nonna che guidava la macchina era un fiore all'occhiello. Se poi la nonna in macchina cantava con te a squarciagola e ti raccontava storie bellissime c'erano i presupposti perché diventasse la tua eroina. E lei lo era. Era la mia musica, il mio esempio di vita vissuta con passione e nel mio cuore è tutt'ora la persona più bella che sia mai stata nella mia vita. Quando ci ha lasciati, anche se erano già capitati episodi di morte prematuri, io ho veramente realizzato per la prima volta cosa significasse perdere una persona che ami.

Mia nonna amava la musica, la danza e lo spettacolo e lo ha trasferito ai suoi figli e ai suoi nipoti e magari qualche soddisfazione sono riuscita a dargliela.
A sei anni iniziai i corsi propedeutici dell'Accademia Nazionale di Danza di Roma. Frequentavo con rigore e assiduità le lezioni che però, per i piccoli, si tenevano in vecchie palestre sparse in giro per la città. Mi ricordo che per un paio di anni andai in una sede di Via de' Giubbonari, per chi è pratico di Roma nella zona di Campo de' Fiori, dove Giordano Bruno fu arso vivo e, all'epoca, eravamo nel pieno degli anni di piombo. Capitava che annullassero le lezioni per le manifestazioni oppure ti fermassero per chiederti di perquisirti per vedere se in borsa portavi una bomba molotov. E mia nonna in tutta risposta faceva il segno del Duce come volesse mettere le cose in chiaro. Era una donna di quell'epoca e che ci piaccia o no molte si riconoscevano in quella storia. Crescendo ho poi maturato una mia posizione ma su certe idee, con lei, non mi sono mai messa di traverso, perché mi divertiva, mi insegnava la forza di determinazione, il rispetto per le persone, l'amore assoluto in cui poi non ho mai più creduto.


Alle scuole medie entrai ufficialmente in Accademia. Mia nonna dalla mini marrone era passata a una lunga Ford argento metallizzato. Era piccola di statura e per arrivare al volante metteva due cuscini sotto al sedere. Chiudo gli occhi e la vedo: lo sguardo spavaldo e le mani lunghe.
In Accademia frequentavo le lezioni di ballo, compresa la scuola obbligatoria, tutti i santi giorni, in una sede meravigliosa sul colle dell'Aventino. Dalle ampie vetrate delle aule dal pavimento scricchiolante di legno, odor di gesso e sudore, vedevo, mentre praticavo alla sbarra, il colle Palatino e le rovine dei palazzi imperiali romani. Vivevo in una specie di bolla insonorizzata in cui alimentavo un sogno che via via si diluiva attraverso le regole ferree, la ruvidità della vecchia direttrice che proibiva al suo passaggio di giocare, il dolore provato per sviluppare il collo del piede, scaldato dall'olio di canfora. Proseguivo sempre più demotivata, accattivata dai richiami del mondo intorno che andava avanti, fin quando, in prima liceo, si fece acuta una voce di ribellione, tanto grande da portarmi una sera a respirare forte e dire a mia madre, in uno stato di apnea, che avrei smesso, che la danza continuava a piacermi ma che non volevo più stare a quelle regole, che avrei potuto fare altro. Nonna Cattiva forse non me l'ha mai perdonato ma io feci, allora, la mia prima scelta autonoma.

Da allora non ho mai più praticato la danza classica. Ho frequentato corsi di danza moderna, contemporanea, jazz, afro-cubana ma mai più la danza classica. Dopo che hai provato un frustino da cavallo sulle costole per insegnarti a stare dritta, capito che ci vuole vero talento per diventare qualcuno, sentito troppe volte che sei troppo alta, che devi mangiare poco o diventi grassa, inizi a pensare che la vita è altrove e va vissuta diversamente.

La danza però ti rimane dentro, un marchio indelebile che ti accompagna nei movimenti e si incolla a ogni singolo muscolo del tuo corpo e della tua anima.
L'elasticità, le aperture e la fluidità di me bambina sono andate perdute ma, tutt'oggi, quando metto un pezzo di Tchaikovsky, braccia e gambe si animano e mi lascio andare a un ballo liberatorio.
I miei bambini hanno scoperto questa cosa e, se una musica li ispira, mi chiedono entrambi "Mamma balli?". Vogliono che li prenda per mano, in tondo, in braccio, a terra e partono le risate dall'interno della pancia e si divertono immensamente. Non si stancano mai. Sono io che con il fiatone devo dire loro "basta", la mamma è arrivata. E non esistono discriminazioni: Leo e Picca si lasciano andare, maschi e femmine, ballerine e soldatini. A nessuno viene in mente che la danza è roba da tutù, che è solo di colore rosa e per chi ha i capelli lunghi. Il ritmo ti prende da dentro e non ti chiede di che sesso sei.

Nella mia sala da pranzo c'è un ritratto di mia nonna. I bambini mi chiedono spesso se sono io. "Quella è la mia nonna. E' lei che mi ha insegnato a vivere con passione".

Le immagini sono tratte dal sito dell'Accademia Nazionale di Danza.