domenica 14 febbraio 2010

Lungimiranza e illuminazioni

[Miami, novembre 2009, Il Doc]

Dopo un quarantennio di vita più o meno intensa posso tranquillamente dire di non essere una persona lungimirante. Non ho cioè la capacità di intuire, a fronte di una determinata scelta, quali saranno le conseguenze che la maggior parte delle persone accorte e previdenti già conoscono da tempo. Non a caso la frase che più detesto è "te l'avevo detto".

Diversamente posso ringraziare i momenti in cui mi sono riscattata attraverso delle illuminazioni: rivelazioni colte in un istante, traghettate da parole, spesso non cercate, da parte di persone casualmente in transito ma, ancor di più, dalla lettura o dalla conoscenza del diverso nel corso dei miei viaggi. Illuminazioni che mi hanno salvata poco prima di fare scelte avventate o durante esperienze in corso o dopo errori già conclamati. Molti lo chiamano "culo".
Questo ha significato non tanto avere il coraggio di prendere decisioni tempestive che altri non avrebbero preso ma, piuttosto, ignorare irresponsabilmente i rischi di un'azione, spesso pagando ma talvolta guadagnandoci dopo.

Non sono stata lungimirante nella scelta degli studi, dell'uomo da sposare, nella gestione del primo lavoro.
Non sono stata lungimirante nella scelta di diventare madre.

Ho sempre desiderato avere dei figli. Da bambina avevo un quadernone intitolato "Quando avrò i miei bambini" e nel corso degli anni ci ho incollato ritagli di articoli, foto e chiaramente scritto pensieri e riflessioni su come avrei voluto essere come madre. La madre che oggi non sono: mancanza di lungimiranza.

Ho sempre saputo quindi che un giorno la questione "maternità" sarebbe diventata attuale ma non che sarebbe passata per fasi alterne: prima desiderio, poi timore, dunque ricerca, quindi disperazione, magari godimento. E chissà poi cos'altro.

In tutto questo tempo stratificavo il mio vissuto. I figli non sono arrivati con il matrimonio e li ho veramente desiderati solo dopo, insieme al Doc. Eppure dal desiderio al fatto sono passati due interminabili anni, quando ero già una donna matura e nel pieno del classico richiamo dell'orologio biologico, quell'odioso eco che spesso confonde le donne e fa desiderare un figlio piuttosto che l'uomo giusto con cui farlo. Evidentemente la mia testa aveva lavorato bene e me lo sono dovuto guadagnare.

La prima gravidanza è stata magnifica. Ero il centro del mondo e tutto questo ha contribuito a non prepararmi al dopo. Ho continuato la mia vita, ho lavorato fino alla fine, da sola, perché il Doc ed io vivevamo ancora a distanza, ma sapevo che dopo avremmo vissuto insieme, saremmo stati una famiglia. La mia ultima seduta di yoga è stata il pomeriggio prima di partorire. Ero la serenità in persona.

Dopo nulla è stato più come prima. Dopo ho amato mio figlio gradualmente e non il primo momento in cui me l'hanno consegnato come un panino. Un'infermiera di fronte al mio rifiuto di alzarmi dal letto per via dei dolori al taglio del cesareo, il giorno dopo la nascita, ha voluto regalarmi un "questa il secondo figlio non lo farà mai!".

Non sono stata lungimirante neanche quando ho deciso di avere un secondo figlio.
I rumori di sottofondo all'epoca ricorrenti risuonavano con "ma perché hai deciso di fare un secondo figlio se ti senti così inadeguata?".
Perché a me è piaciuto avere un fratello e una sorella. Illuminazione. L'ho capito dopo.

Picca è arrivata subito. Qualche nausea in più ma lo stesso una gravidanza vissuta in uno stato di grazia. Dopo un po' meglio ma sempre un grande sconquasso di emozioni devastanti, di desiderio di tornare indietro. Sì, tante volte ho pensato di volere la vita di prima, la mia solitudine, i miei tempi morti, i miei digiuni, il mio silenzio. I lungimiranti osannavano: "ma cosa credevi che fosse una passeggiata?".

Credo che nella maternità la mancanza di lungimiranza e la salvezza delle illuminazioni ci accomuni tutte. Per quanto diverse possiamo essere e diversi i nostri bambini, nessuna di noi può prevedere quello che capiterà dopo e troverà risposte salvifiche in piccoli momenti istantanei in cui arriva una persona e inaspettatamente ti dice la cosa giusta, oppure leggi una pagina e trovi la soluzione. I tuoi figli stessi diventano fonte di illuminazioni. Il più delle volte sono loro a suggerirti la strada.
Solo più tardi quei tempi infiniti, dilatati e irreversibili del dopo torneranno ad illuminarsi di leggerezza, di provvisorietà, di momenti con te stessa.

Alla fine mi sono abituata. Mi fido del mio istinto e aspetto la luce.

Questo post partecipa al blogstorming.

giovedì 11 febbraio 2010

A carnevale ogni scherzo vale

A me il Carnevale non piace. Che mi ricordi non mi è mai piaciuto ma, osservando i miei bambini oggi, mi sorge il dubbio che ci sia stato un momento in cui l'ho goduto.

La memoria mi manda indietro l'insofferenza per la preparazione della maschera, il talento creativo di Nonna cattiva che, abilissima sarta, cuciva lei stessa i costumi a caccia di originalità e ci proponeva in rari tessuti di pannolenci, ricamati con paillettes multicolori e fettucce antiche. I costumi erano delle opere d'arte ma nessuno capiva mai chi fossimo e da dove venissimo: la regina delle carte, la spagnola di Segovia, nulla a che vedere con la ballerina di flamenco del nostro immaginario bensì la copia perfetta di una bambola di quella regione. Con mia zia e i miei cugini andavamo a delle feste a premi e vinceva sempre mio cugino vestito da Zorro.

Adesso non facciamo che qualsiasi cosa mi metta a contestare si trasformi in un trattato di psicoanalisi. Questa cosa non ha fatto nessun danno. Voglio solo spiegare che a me il carnevale non piace.

Mi ricordo poi mal volentieri il periodo barbaro degli scherzi: uova marce, schiuma da barba, gavettoni, coriandoli che poi la notte ti ritrovavi nelle pieghe del sedere. Mi muovevo per strada terrorizzata.

Poi c'erano le feste, quelle a tema e io non ne avevo mezza voglia di creare la maschera. Avevo amici che bastava lanciare un soggetto e sembravano un brainstorming in piena. Preferivo accodarmi ma senza troppo entusiasmo.

Meno male che i bambini hanno l'abilità di riconciliarti con alcune prese di posizione. Per sopravvivere, venire loro incontro e non fare di ogni situazione una battaglia da condurre, interpreti il loro entusiasmo e ti diverti con loro.

Carnevale è in corso e in programma ci sono le feste a scuola.
In questi giorni Leo è molto uggioso, un po' musone e io so perché. Sa che ci saranno le feste di Carnevale ma nessuno gli ha detto da cosa si vestirà. Sa bene che la maschera del topino e quella della volpe sono già piccole e potranno andare bene per Picca ma non trova risposta per sé.

"MC, sai che domani c'è la festa di Ca'r'nevale?"

"Sì, Leo, lo so che domani c'è la festa in maschera."

"…"

"… cosa?"

"La volpe è piccola".

"Lo so che è piccola per te. La mettiamo a Picca".

"Già…"

"Ti fidi della tua mamma?"

"Sì, ma anche il topino e piccolo".

"Leo fidati della tua mamma".

Questa mattina, quando è comparso nella mia stanza e ho tirato fuori dall'armadio la sua maschera ha pensato che avessero sostituito la sua mamma: quella che lotta contro l'invasione dei personaggi seriali, che non compra pupazzetti alle macchinette, che dice sempre di muoversi educatamente e non come dei mostri.

Mamma Cattiva si è travestita da Donna invisibile e ha comprato l'Uomo Ragno.

mercoledì 3 febbraio 2010

Mettersi a nudo senza vergogna

Leonardo da Vinci

"Mettersi a nudo senza vergogna"
doveva essere il titolo di Amore assoluto. Il contenuto sostava incompleto in un testo bozza che aprivo e chiudevo saltuariamente, indecisa se svelarlo o meno.
Sono stata a lungo indecisa perché temevo di scoprirmi troppo. I consueti rumori di sottofondo mi suggerivano discrezione sugli aspetti più privati della mia vita. Avrei del resto raccontato del mio male di vivere, della mia malattia, del desiderio del mio corpo di liberarsi di una mente ansiosa, perennemente insoddisfatta e tutto sommato noiosa, pedante.
Eppure il blog cresceva e con lui esplodeva il desiderio di tirare fuori la verità, di raccontare con forza la mia personale esperienza.

Sono le persone che mi leggono che mi hanno dato il coraggio e i commenti ad amore assoluto mi hanno confermato che non stavo sbagliando.

Un mio amico, in privato, mi ha detto che non capiva perché mi fossi denudata. Il perché è nei commenti di risposta, pubblici e privati. Molte donne si sono ritrovate nella mia esperienza e forse si sono sentite meno sole. Per me questo è già tutto. La difesa del proprio mondo è sicuramente un valore ma quando capiamo che il nostro vissuto può ispirare altre teste al ragionamento, alla condivisione di emozioni e alla soluzione, allora vale la pena rinunciare al segreto e uscire allo scoperto.

Queste stesse ragioni mi legano a doppio filo alle conversazioni di Donne Pensanti, generato da Panzallaria o alla richiesta di Capire di Valentina in Valewanda o alle preoccupazioni di Marlene in Tra Rock e Ninna Nanne: le persone possono scegliere dove conversare, dove ascoltare, dove guardare, dove toccare.

Con Amore assoluto denudarsi ha significato dare valore alla nostra sensibilità, regalare degli strumenti di valutazione del successo, una scalata che non si misura in audience ma nel riappropriarsi della propria vita, attraverso il recupero del proprio corpo.

Raccontarmi ha significato dare prova delle mie chiacchere, sostanza alle parole. Ho passato tanto, troppo tempo della mia vita a discutere con la mia famiglia e spesso, durante le frequenti sfuriate, mio padre se ne usciva con una frase buttata lì, per provare ad azzittirmi e togliermi il vizio dell'ultima parola: "Sei brava, tu, con le parole". Ecco, questa asserzione è sempre stata la stoccata finale, la classica goccia corrosiva che mi si infilava dentro e mi faceva sentire ancora più impotente. Ero solo parole, solo chiacchere. Non c'erano fatti che dimostravano il mio valore. Il mio urlo più forte era: "ma cosa valgo io? Che differenza c'è tra esserci e non esserci?".

Se non vi avessi detto che per tre lunghi anni ho desiderato e provato a morire non avreste capito la mia rinascita, vi sarebbe mancato un pezzo di congiunzione e non avreste dato valore alla leggerezza di oggi.

Il percorso non è giunto a un punto di traguardo. Questa non è una favola a lieto fine. La malattia dell'anima è come quella fisica. Siamo soggetti a ricadute, dobbiamo monitorarci. Mi ricordo bene cosa mi disse la mia ginecologa quando scoprii di aspettare Leo. Mi disse: "Mamma Cattiva, lei deve essere consapevole di essere un soggetto a rischio. Lei conosce già molto bene i sintomi della depressione, lei ha già toccato il fondo, nel peggiore dei modi, ma proprio perché ora è qui, è già proprietaria di tutti gli strumenti per riconoscerli e cacciarli via. Non sarà semplice ma se ci è riuscita quella volta d'ora in avanti sarà solo un riconquista di questa nuova vita."