domenica 6 giugno 2010

Quello che gli invidiosi non dicono

Se c'è un buon esercizio per capire i propri limiti è quello di affrontarli, viverli in prima persona e magari prenderli per le corna: per capire se questi limiti sono reali o solo immaginati. E una domanda che spesso mi pongo è "ma io sono una persona invidiosa?" Una di quelle che sentono lo stomaco rattrappirsi quando osservano una persona che ha di più o magari è di più? Trovo umano chiederselo prima ancora di dichiarare con estrema sicurezza "io sono incapace di provare il sentimento dell'invidia". Diciamo che tendo a diffidare di chi dichiara con clamore il proprio "io mai".

Mettermi alla prova significa quindi espormi di fronte a chi apparentemente sembra aver realizzato più desideri dei miei. Mi ci tuffo e mi ascolto.
I risultati sono variabili. Ci sono stati momenti particolarmente fragili in cui ho desiderato intensamente essere nei panni di qualcun altro, tutto fuorché me stessa e più che di invidia parlerei di desiderio di fuga, tale da scegliere di essere un altro invece che scappare in un altro luogo. Quando invece sto bene con me stessa l'esperimento non solo mi fortifica ma mi fa godere del successo dell'altro.

E' il caso ultimo provato con un'amica (così mi piace pensare che sia) e culminato nella lettura di Quello che le mamme non dicono di Chiara C. Santamaria, per la blogosfera Wonderland.

Seguo Chiara da tanto tempo e ho sempre fatto il tifo per lei. Scelsi di leggere e seguire il suo blog  Machedavvero per lo stesso motivo per cui nei momenti di "allergia" alla maternità decisi di schivare tutti i forum di mamme, i libri seri di pedagogia e le persone che si prendevano troppo sul serio. Mi bastavo io per quello. Un motivo molto semplice: Wonder mi faceva morire dal ridere. Eppure nel tempo ho scoperto che sa essere anche terribilmente seria: nella pittura di certe situazioni vere e concrete della vita quotidiana di una mamma, nell'esternazione di sentimenti spinosi da riconoscere. E poi ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente, prima che si svelasse con il lancio del suo primo libro e la cosa più sorprendente è stata la dolcezza della sua timidezza, così spiazzante rispetto alla sfrontatezza delle parole scritte. Pensi che abbia una ghost writer, una doppia personalità e invece è solo una delle sue dimensioni. L'unica cosa che non mi ha sorpreso è la sua bellezza, quella te l'aspetti e quella arriva come te la immaginavi.

Il libro lo puoi leggere in tempi brevi ma io l'ho dovuto fare nel mio tempo rubato alle ventiquattro ore troppo piene. E' scritto molto bene. Non butterei una sola riga e raggiunge il suo vero significato alla fine. Alla fine ho capito molte cose di Chiara e anche di me. Ho capito quanto fossimo simili nonostante ci separino diversi anni. Leitmotif della sua storia sembra essere proprio l'età come se quella fosse la colpa, tutta la colpa delle sue vicissitudini. Io invece penso che non sia una questione di età, perché io i miei figli li ho avuti oltre i 35, li ho anche cercati ma ho provato, provo gli stessi scossoni, dubbi e rimpianti. Il libro mi ha riportato a quei giorni, comici e tragici allo stesso tempo, alla mia solitudine, alla mia ricerca dell'istinto materno, al mio costante ripensare a quello che avevo prima: la libertà di essere egoista. Lo dico senza vergogna. Ho riso ma ho anche pianto perché mi ci sono identificata.

Ieri ho rivisto Chiara al Momcamp a Milano dove siamo state tutte prese da brevi contatti e rara intensità, se non alla fine, proprio come nel libro. Quando il sipario doveva scendere abbiamo iniziato a parlare delle cose più importanti e di quelle che ci interessano di più. In quel momento, Chiara mi ha raggiunta, si è seduta accanto a me e con i suoi occhi liquidi mi ha chiesto se si sarebbe dovuta arrendere, se per avere il tempo di stare insieme a Viola avrebbe dovuto rinunciare a rincorrere il suo desiderio di un lavoro appagante, che ti riempie le giornate e ti fa vedere persone stimolanti. Le avrei voluto rispondere e parlare per altre due ore e invece ho accrocchiato due parole in croce, scossa dalla mia incapacità a trovare risposte ai miei stessi dubbi.
Perché rispondere non è per niente semplice, perché non c'è una sola risposta. Perché non c'è una risposta definitiva. Stasera le risponderei di continuare così, di rimettersi in gioco oltre ogni limite perché con sua figlia sta facendo un lavoro grandioso e che realizzare i propri sogni rende felici anche i nostri figli. Che c'è sempre tempo per ridimensionare le cose, per accorgersi che si sta esagerando e per farsi aiutare, a turno, da tutti coloro che hanno responsabilità nella vita della tua famiglia. Sono convinta che non dobbiamo mai arrenderci e dobbiamo imparare ad interpretare i suggerimenti alle prossime mosse.

sabato 15 maggio 2010

Per non dimenticare


Pubblico questo post a distanza di qualche settimana dall'intervista al ministro Gelmini. Per non dimenticare e sottolineare quello di cui non ha parlato.

Ho iniziato il congedo obbligatorio per Leo alle fine dell'ottavo mese di gravidanza e sono rientrata a lavoro ai suoi sette: cinque mesi di obbligatoria (!) e tre di facoltativa. Avevo un lavoro di responsabilità ma non ero un manager di alto livello. Sarebbe bastato un vento contrario e in azienda, dove lavoravo da sette anni, mi avrebbero potuto mettere in un cantuccio e convincermi a cambiare priorità. Sono stata fortunata, l'azienda si è comportata bene. Leo è stato seguito sette ore al giorno da una baby sitter, assunta e retribuita in regola, fino ai suoi dodici mesi, tempo in cui potevo contare sul part-time. Dai dodici ai quindici mesi le sette ore sono diventate 10. Ai quindici mesi abbiamo inserito Leo in un nido privato, 450 euro al mese, dalle 7.30 alle 13.30. Dalle 13.30 alle 18.00 con la baby sitter. Ai due anni Leo è riuscito a entrare in un nido comunale part-time dalle 7.30 alle 13.30. Una situazione curiosa perché nessuno mi toglie dalla testa che sono riuscita ad avere quel posto perché le famiglie che non hanno una copertura nel resto della giornata non possono permettersi di mettere nella lista di scelta un nido part-time. Tant'è che in quel nido la maggior parte delle famiglie non avevano grossi problemi economici. Neanche un extra-comunitario. Guarda caso. Il resto di nuovo baby sitter.
Con Picca il congedo obbligatorio è partito alle fine del settimo mese perché ho avuto una minaccia di distacco della placenta, se no avrei proseguito fino alla fine dell'ottavo. Si usa dire "meglio averli dopo che prima". Sono rientrata al lavoro ai suoi sei mesi. Cinque mesi di obbligatoria (!) e tre di facoltativa. Il lavoro era lo stesso. Il caso ha voluto che il mio capo fosse anche lei in maternità e quindi tornando sono stata incaricata di parte del suo lavoro. Dal punto di vista dei contenuti quindi l'azienda, al rientro della maternità mi ha premiata. In quel periodo anche Picca è stata seguita dalla baby sitter sette ore al giorno, fino ai suoi dodici mesi. Ai dodiici mesi abbiamo inserito Picca in un nido privato, 480 euro al mese, dalle 7.30 alle 13.30. Dalle 13.30 alle 18.00 con la baby sitter. Ai due anni anche Picca è riuscita a entrare nello stesso nido comunale part-time dalle 7.30 alle 13.30, con la stessa logica. Il resto seguiti entrambi dalla baby sitter.
In quel periodo la nostra baby sitter rimase incinta e grazie al fatto che fosse assunta regolarmente ha potuto godere dei diritti che le spettavano, compresa l'anticipazione del congedo per lavoro pesante (non mi sarei mai perdonata di mettere a rischio la sua gravidanza per seguire i mie due figli).

Non voglio farmi dire brava. Se lo pensate o me lo dite non avete capito nulla. Voglio solo testimoniare i noiosi dettagli perché secondo i crismi del ministro Gelmini io dovrei fare parte delle donne "privilegiate", quelle che come lei dovrebbero rientrare prima al lavoro, alla faccia delle leggi (tutti abbiamo notato questo aspetto ma non ho ancora capito come questo sia stato possibile), quelle che dovrebbero dare il buon esempio alle donne "normali". Ma io non mi ritrovo in questo tipi di privilegi né in altri tipi di normalità. Tutto è relativo e nessuno di noi è normale. Ed è grazie a queste contrapposizioni stereotipate che magari tendiamo a giudicarci, l'una contro l'altra, invece di allearci a favore dei diritti della famiglia.

Mai ho pensato che sarei dovuta rientrare prima, mai ho pensato che si dovessero mettere in discussione le leggi esistenti se non in termini migliorativi, attivando opportunità più decise per i padri, per esempio.
Ho camminato sui miei carboni ardenti barcamenandomi nelle mie opportunità, con un atteggiamento prudente e rispettoso di tutte quelle numerose famiglie che non hanno la possibilità di rientrare nel regime che dovrebbe di diritto spettare a tutti. La famiglia non può essere vissuta come un sacrificio. Al contrario rappresenta il veicolo di continuità della ricchezza umana e se non la salvaguardiamo, sosteniamo attraverso leggi che garantiscano i suoi diritti ci troveremo presto individui in solitudine senza alcuna prospettiva di crescita, di evoluzione.

Ho letto e commentato quell'intervista con un profondo senso di amarezza. Mi sono unita al coro delle numerose testimonianze in rete e non.
Ha ragione la mia amica A. quando dice che in questo paese non c'è la possibilità di realizzare la conciliazione tra famiglia e lavoro. Ti devi solo destreggiare quotidianamente e sopravvivere, provare a cambiare piccole cose, trovare il tuo equilibrio.  Non c'è modo di fare bene entrambe le cose. Se per scelta o necessità fai le due cose, non sarai mai la migliore nell'una e nell'altra. E per questo avremo sempre qualcosa da ridirci, ci sarà sempre qualcuno in grado di dirti cosa è meglio.
Ha ragione la mia amica Ondaluna quando si sente nello sconforto a crescere sua figlia in un campo vitale di questo genere. Ha ragione quando dice che siamo responsabili solo di fronte a noi stessi delle scelte che facciamo per la nostra famiglia.

venerdì 7 maggio 2010

Uomini, persone

 [Img Taken by Mamma Cattiva in Austria]

Oggi non vi parlerò del doc o di mio padre o di mio fratello o di un ex. Oggi voglio parlare di tutti quegli uomini che, anonimi o meno, ma reali, mi capita di osservare o ascoltare nei mie percorsi quotidiani: amici, colleghi, collaboratori, passanti, blogger, commentatori, vicini di social network.

Fotografo con gli occhi una modalità di agire, ascolto esporre un loro pensiero o raccontare un'azione a caso quotidiana, origlio una loro conversazione privata al telefono e mi rendo conto di quanto sono diversi dagli uomini che calzano banalmente  il cappello da "uomo". Sono uomini lontani mille miglia da quelli che devono per forza essere arroganti, un po' macho, poco femminili, omofobi, della serie "l'omo pe' esse omo ha da puzzà". Ho sempre detestato quel genere di stereotipo. Non mi piacciono gli uomini aggressivi, quelli che per ottenere l'attenzione devono picchiare, anche solo in senso lato, quelli che un po' di volgarità gratuita fa chic, quelli che la famiglia viene dopo il lavoro e il potere. Non mi piace l'uomo che mette sempre un opportunistico confine tra lui e il mondo che, per analogo stereotipo, dovrebbe appartenere esclusivamente alla donna.

Poi passano per caso questi altri che mi dimostrano questa grande cazzata che gli uomini sono tutti uguali. Ci sono uomini che quando si rivolgono alla loro donna chiudono il resto del mondo al loro esterno, in generale tendono ad ascoltare una persona alla volta, staccano il cellulare quando giocano con i loro figli. Sono uomini che se mi sentono parlare di parità di condizioni, anche per i padri lavoratori, si fermano ad ascoltarmi e li vedo assentire e non alzare gli occhi al cielo come per dire "eccone un'altra di donna rompiballe". Ci sono uomini che mi confessano che vogliono rallentare, che non hanno più il tempo per fare le cose che li fanno stare bene, che hanno voglia di tornare a casa. Ci sono uomini appassionati di cibo, ma anche no, che fanno sedere i loro amici e improvvisano una cena senza presunzione, anche lì per dimostrare chi ce l'ha più duro. Ma ci sono anche quelli che non si limitano ad improvvisare per eccezione ma, semplicemente, lo fanno tutti i giorni. Ci sono quelli che si sporcano le mani della cacca dei loro bimbi, che si prendono i giorni di ferie che gli spettano quando la moglie partorisce e magari anche qualcosa di più.

Ci sono uomini che come le donne sono persone.